Psicologia – Non è andato tutto bene: gli effetti collaterali della pandemia

Non è andato tutto bene, né dal punto di vista della salute fisica (pensiamo ai più di 3milioni nel mondo, ai 117mila in Italia, 6mila in toscana e 267 a Siena), né dal punto di vista della salute sociale, né dal punto di vista della salute psicologica. Che cosa è mancato in questi mesi? Da un’analisi complessiva è emersa una grande assente.

La psicologia. La psicologia è stata assente nonostante la legge 833 del 1978 sul riassetto del SSN, nella quale viene sottolineato che la salute psichica è al pari di quella fisica, e nonostante la legge 3 del 2018 sul riordino delle professioni sanitarie, tra le quali si inserisce a pieno titolo la psicologia. Viene il dubbio che queste leggi non siano state applicate a pieno. In realtà, lo sappiamo, non vi è cura senza il prendersi cura. La definizione di salute dell’OMS già nel 1948 parlava chiaro: “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale” e non semplicemente “assenza di malattie o infermità”. Per certi versi, a dispetto di queste nobili normative, pare che, sia invece andata un po’ come la macabra battuta del chirurgo: “l’operazione è stata perfetta sebbene il paziente sia deceduto”. Nel nostro caso, in realtà, non credo sia andata bene nemmeno l’operazione. Ciò non stupisce: negli ultimi 20 anni in Italia alla salute mentale pubblica è stato dedicato il 3,6% del budget del fondo sanitario. Le conseguenze di tutto questo sono ora sotto gli occhi di tutti, con l’aggravante che gli effetti collaterali del covid riguardano anche chi non ha avuto il covid. Mi sto riferendo agli importanti effetti psicologici che la pandemia ha avuto sull’intera popolazione, nessuno escluso. Tra questi troviamo uno stato di destabilizzazione da parte di tutti, specialmente per i più fragili. In modo inaspettato è arrivato un virus, altamente contagioso, a volte letale, altre volte simile ad un’influenza, totalmente fuori controllo da parte della medicina e della scienza. Questo ha prodotto una reazione di paura, specialmente nei primi mesi, che in moltissimi casi è stata in realtà di angoscia, ovvero un senso di totale incertezza, come di condanna rispetto al futuro, che è stato spesso scambiato per ansia ma l’angoscia ha una potenza maggiore perché non ti lascia scampo. Tutti noi siamo stati scossi dall’incertezza che ha scombinato l’attività principale del nostro cervello: l’attività previsionale, basata sulle esperienze. Siamo animali sociali, abitudinari e programmati ad adattarci, anche alle emergenze. Il problema è che l’adattamento a questa situazione, prolungato a tempo indefinito, sta provocando, sempre più, uno svuotamento emotivo. In questi ultimi mesi sono state registrate il 38% in più delle psicopatie, risultano decuplicati i disturbi alimentari e sono emersi il 50% in più di attacchi di panico, tanto per citarne alcuni. Nei più piccoli, mi riferisco a bambini sotto gli 11 anni, sono stati molti i casi di insonnia, difficoltà a mantenere l’attenzione e iperattività. Tra 12 e 18 la rabbia e la frustrazione stanno avendo la maggiore. In questa fascia d’età sono aumentati gli atti di autolesionismo e i tentativi di suicidio. Perché? Ciò che può indurre un giovane o addirittura un preadolescente a questi atti è una disperazione senza via d’uscita. Torniamo quindi alla già citata angoscia che è quella sensazione opprimente che ti fa sentire che non c’è una possibilità per uscire da quella condizione sofferta nella quale sei finito. Un po’ come il soldato che sta combattendo una battaglia già persa. I tentativi di suicidio sono la risposta estrema a questo stato. Tra i 19 e i 25 anni è invece prevalsa la sfiducia nel futuro e l’anestetizzazione emotiva. Cosa si innesca quando siamo costretti a rinunciare alle nostre abitudini? Il senso della rinuncia: prevale in questi casi la sensazione di sentirsi condannati a non poter vivere la nostra vita come vorremo. In questa fascia d’età, è stato poi registrato un preoccupante incremento dei disturbi alimentari. Con la pandemia i disturbi alimentari si sono decuplicati. Siccome il cibo ha anche un effetto sedativo ed è il più antico modo di consolarci che conosciamo, è evidente che rimanendo chiusi a casa, isolati, la tentazione del cibo sia diventata primaria. Per questo, in questo periodo, abbiamo visto un incremento importante non solo per il mangiare di più, spilluzzicando fuori pasto, ma anche patologie alimentari come
il vomiting, il binge eating e l’anoressia restrittiva. Circa il 60% degli italiani adulti ha avuto un calo della libido. E’ evidente che lo stato di incertezza, di insicurezza, angoscia, ansia e risposte depressive influenza pesantemente il desiderio erotico. In questo caso però, differentemente da altri ambiti, la natura ci aiuta. Mi spiego meglio: è la disfunzionalità sessuale ad essere contro natura, non vice versa. Usando le parole di Giorgio Nardone, appena tornerà a splendere il sole, il desiderio si risveglierà. Nei più maturi, negli anziani, hanno prevalso il senso di abbandono e di solitudine subita, non agita, complice il distanziamento sociale (che sarebbe stato più corretto chiamare distanziamento fisico, non sociale!) e i mancati contatti, inducendo in non pochi casi sintomi depressivi. Donne, giovani e anziani sono stati, in questa situazione, i più predisposti a sviluppare sintomi depressivi; questo perché sono i più toccati dalle ripercussioni sociali e lavorative, coloro che più hanno visto modificarsi la vita relazionale. I contatti via internet ci sono stati, è vero, ma questi sono contatti che non generano esperienze emozionali. Con questo non voglio denigrare il telematico, tutt’altro, ma sottolineare l’importanza di farne un buon uso perché questi strumenti tecnologici che ci promettono di salvarci dalla solitudine, finiscono spesso per indurla in modo patologico: il senso di solitudine non viene risolto ma aumentato, conducendo le persone a un aumento di solitudine e isolamento. In alcuni casi al contempo, bene ricordarlo, la solitudine è stata sfruttata in positivo. Il lockdown ha aiutato, in alcune situazioni, ad imparare a stare bene da soli, prendendo cura di noi stessi, elemento essenziale per poi poter star bene con gli altri e per poi prenderci cura degli altri quando possibile. La solitudine subita, diversa da quella agita, è tale quando la persona non riesce né ad avere cura di sé, né a prendersi cura dell’altro: nel prendersi cura, non si è più soli, sia nel farla a noi stessi che nel riceverla o nel donarla agli altri. Quindi vedete, non tutti gli effetti sono stati negativi. Le parole di Paolo Crepet: prendersi cura del benessere di un Altro, essere buoni con un Altro, accresce anche la sensazione di benessere del soggetto che si prende cura, e presumibilmente la sua felicità.

Dott. Jacopo Grisolaghi

Psicologo – Psicoterapeuta – Esperto in Sessuologia – Dottore di Ricerca in Psicologia – Psico Oncologo