Umberto Cecchi, Diana, l’ultimo viaggio




Anche i miti cambiano col tempo, anche i miti invecchiano. Può perfino succedere che qualcuna di queste “idee che ci possiedono e ci governano con mezzi che non sono logici, ma psicologici, e quindi radicate nel fondo della nostra anima” – è questa la definizione di mito offerta da Umberto Galimberti – svanisca, sia dimenticata, muoia: i poster sulla parete della camera di un giovane del terzo millennio sono diversi da quelli di un adolescente degli anni Sessanta od Ottanta, e il volto stampato sulla maglietta che appartenne al nonno nulla dice al nipote. D’altronde, anche i miti sottostanno alle leggi dell’amore, fra le quali la più crudele – la più inesorabile – è quella che esige che quanto più intensa è stata la fiamma della passione, tanto più fredda sia la cenere che resta.

Certo, James Dean, Paul Newman, Marilyn Monroe, Che Guevara, catturano ancora l’attenzione e accendono l’entusiasmo, ma lo fanno con una forza che è solo l’ombra di quella che pompò il sangue nelle vene e colorò il volto di uomini e donne di qualche decennio fa. Anche i miti cambiano col tempo, anche i miti invecchiano. Neppure Diana Spencer, la principessa bella e ribelle morta insieme al compagno Dodi Al-Fayed in un incidente d’auto a Parigi, nel tunnel dell’Alma, si è potuta sottrarre a questo destino.

È vero, c’è ancora chi si reca ogni anno a visitare il mausoleo di Great Brington, dove il conte Charles Spencer, grande critico della Corona, volle seppellire la sorella. Ci sono ancora servizi televisivi e articoli di giornale a ricordare gli episodi salienti della breve esistenza di Lady Di, specie quando si avvicina l’anniversario della morte, avvenuta la notte del 31 agosto del 1997, a soli trentasei anni. C’è ancora qualche radio che passa Candle in the wind che Elton John, che di Diana fu grande amico, cantò in Westminster Abbey durante la cerimonia funebre. Ma anche questi omaggi, queste memorie, queste “parole e opera d’inchiostro”, queste note musicali, costituiscono solo una pallida eco di quello che fu – e non è più – uno dei più grandi, amati, diffusi miti della storia e del costume recenti.

Umberto Cecchi, a lungo direttore responsabile del quotidiano “La Nazione”, a vent’anni dalla morte di Diana Spencer, indaga, in “Diana, l’ultimo viaggio. In vita e in morte di una ribelle”, le ragioni che possono aiutare a comprendere la profonda commozione suscitata in ogni angolo del mondo dalla notizia della tragica fine della principessa. I motivi sono individuati, oltre che nella personalità e nella vicenda umana di Diana, nella peculiarità della storia politica inglese, dominata dalla presenza, a tratti ingombrante, della famiglia reale, e nell’affermarsi di una modernità ormai orfana di valori, salde appartenenze, grandi narrazioni. Il passo che segue, tratto dal primo capitolo, è sotto questo aspetto rivelatore.

“La morte di Diana in quell’ormai lontano 1997 ebbe un significato liberatorio: offrì a intere comunità in crisi esistenziale, in corsa verso la perdita inarrestabile di valori, la possibilità di sfogare le loro paure e incertezze sia private che pubbliche. Di mostrare senza vergogna le proprie angosce. Quelle furono lacrime e sfoghi di non poco valore sociale; la gente ebbe a disposizione un inatteso capro espiatorio, la vittima giusta, innocente, di grande attrazione e fascinazione psicologica offerta al momento giusto. Sotto il tunnel dell’Alma, scrissero alcuni sociologi e filosofi, si concluse un sacrificio laico sull’altare delle nostre frustrazioni: liberatorio per le nostre incertezze. Con tutto quello che poteva esserci di primitivo e quindi di assolutamente rivoluzionario in quel rito: il ballo scatenato dei paparazzi attorno all’auto distrutta, il lampo dei flash, le grida di piacere del gruppo degli “assalitori” della macchina, lo schianto dei metalli, il dolore delle vittime immolate, le fiamme e l’odore delle cose bruciate, l’assoluta mancanza di pietà ma anche la folle ignoranza di capire la tragedia in corso. Trionfo del dolore, tripudio dei sensi, adrenalina a fiumi, un ancestrale canto di vittoria. Il nostro medioevo era stato pieno di queste scene selvagge dove si offrivano vite in fiamme in cambio di una possibile vita migliore”.

Umberto Cecchi, Diana, l’ultimo viaggio, Mauro Pagliai Editore, Firenze, 2017

 

a cura di Francesco Ricci