The Last Poker Game, di Howard Weiner. Le carte come metafora della vita




Proiettato in anteprima al Tribeca Film Festival ad aprile di quest’anno, il film The Last Poker Game, scritto e diretto da Howard Weiner, è riuscito a destare il mio interesse per una trama eccentrica ma, allo stesso tempo, di grande insegnamento. Il dottor Abe Mandelbaum si trasferisce nella casa di cura Cliffside Manor, che considera il suo ultimo approdo. La vita tuttavia lo sorprende quando incontra il donnaiolo e giocatore Phil Nicoletti, con il quale nasce un’improbabile amicizia. Secondo le prime recensioni a caldo, infatti, che hanno apprezzato il film soprattutto per la sua fresca e arguta ironia, la vita dell’anziano all’interno della casa di cura risulta da un lato divertente ma dall’altro deprimente. E non potrebbe essere diversamente di fronte a un ottantenne che viene trattato con sufficienza dalle infermiere. L’incontro con Phil Nicoletti, tuttavia, cambierà totalmente l’angolo di visuale di Abe fino a fargli rendere conto che tutto può succedere, persino un nuovo inizio sul finire delle età.

Mentre, inoltre, la figura della moglie di Abe, Molly, è quasi del tutto assente come personaggio a causa della sua demenza senile che la rende instabile e priva di desideri, Abe riscopre la sua voglia di vivere proprio dal continuo confronto con Phil, il quale saprà dimostrargli che l’incedere dell’età non rende necessariamente i desideri meno vivi. Il film, infatti, si sviluppa verso due direzioni: da una parte viene approfondito il mistero della nuova infermiera della casa di cura, Angela; dall’altra, totalmente agli antipodi, si sperimenta l’amicizia di due uomini che non si arrendono alla vecchiaia e che parlano dei propri acciacchi senili con la leggerezza di due adolescenti.

L’idillio, tuttavia, sarà sconvolto proprio dalla ricerca di Angela, quando sosterrà che il padre si trova nella casa di cura. Abe e Phil, infatti, entrambi senza figli, tenteranno ognuno per sé di convincerla di essere il padre.

Le recensioni sull’anteprima di questo film sono molto positive. Ironia, arguzia e originalità, con colpi di scena inaspettati, vista l’età dei protagonisti. Una metafora convincente sulle ultime gioie della vita da vivere giocando al meglio le proprie carte, come se fossero le ultime partite di poker. Non a caso il personaggio di Phil Nicoletti non è altro che la carta Jolly che cambierà le prospettive di vita di un anziano dottore.

Il convincente riferimento al poker come metafora della vita mi ha subito riportato alla memoria l’opera dell’eclettico Mario Adinolfi, figura poliedrica dalle varie e differenti passioni e hobbies, il quale ha scritto un intero romanzo corale che si svolge in un circolo romano di texas hold’em nel corso di un tavolo finale di qualificazione alle World Series of Poker di Las Vegas: La ricerca della costante.

Ho letto alcune critiche su questo romanzo che io ho trovato, al contrario, interessante e originale. Attraverso il gioco del poker lo scrittore racconta infatti la propria filosofia di vita. Di fronte a un destino che ci vuole ognuno con differenti carte di partenza, sulla base di una presunta ingiustizia, c’è un modo per elevarsi dalla sorte avversa, ed è la libertà. Libertà che, tuttavia, per assurgere a valore umano, dev’essere esercitata. E tra tutti gli esercizi, il gioco del poker assume un valore aggiunto, diventa la metafora perfetta su come affrontare anche le avversità più dure. O, nel caso del film The Last Poker Game, su come il gioco può sempre ricominciare anche quando sembrava che stesse per finire.