Teresa Ciabatti, La più amata




A volte si scrive per fuggire la vita, altre per comprenderla. E non è detto che nell’uno come nell’altro caso l’obiettivo venga raggiunto. Perché la vita difficilmente molla la presa, non accetta di essere dimenticata, sa lasciare tracce, bruciature, graffi, anche in coloro che creano mondi letterari dove, di proposito, a lei non è accordato spazio. Perché la vita non si lascia quasi mai capire fino in fondo, se un significato lo possiede, lo occulta bene, se un significato, invece, non ce l’ha, illude l’uomo che prima o poi, da qualche parte, dentro o fuori di lui, una luce apparirà a rischiarare tutti gli incontri, gli strappi, le occasioni, le montaliane “coincidenze, prenotazioni, trappole”, che incrociarono e scossero le nostre piccole esistenze. Scrivere non salva la vita – non l’ha mai salvata – ma aiuta a renderla più tollerabile o più intellegibile. Teresa Ciabatti, con “La più amata” (finalista Premio Strega 2017), opera una scelta chiara, netta, rispetto alle possibili ragioni della scrittura.

Le duecento pagine di cui si compone il romanzo, infatti, costituiscono un tentativo – sofferto, coraggioso, a tratti impudico – di scoprire chi sia stato veramente suo padre, Lorenzo Ciabatti, nato nel 1928 e morto nel 1990, studente liceale a Grosseto, universitario a Siena, specializzando a New York, primario all’ospedale di Orbetello. Un’esistenza agiata, la sua, almeno per moltissimi anni, un’esistenza gratificante e circondata dal rispetto e dall’ammirazione generale, la sua, almeno fino a quel giorno di ottobre del 1989, nel quale deve confessare, davanti all’ex moglie e agli avvocati, che del suo patrimonio non è rimasto niente. Da allora, e ancor di più dopo la morte del padre, avvenuta l’anno successivo, Teresa (è a lei che fa riferimento il “più amata” del titolo) intraprende un duplice cammino di ricerca. Da un lato, porta avanti un’indagine (una sorta di investigazione privata che a tratti conferisce al romanzo un’atmosfera “noir”) basata sulle carte superstiti e sui documenti sopravvissuti, dalla quale emerge la cerchia delle conoscenze influenti e altolocate di cui Lorenzo Ciabatti ha potuto usufruire (un pezzo del mondo politico e imprenditoriale della Prima Repubblica); dall’altro, riconosce dolorosamente quanto il crescere in “quella” famiglia, con “quei” genitori, con “quello” stile di vita, abbia plasmato e definito una volta per tutte la sua identità di donna matura (“Egoista, superficiale, asociale… Non so prendermi cura di nessuno, ho iniziali slanci di sentimento che subito muoiono lasciando le persone spiazzate…E questa fallita di mezza età oggi pensa che la colpa sia loro: dei genitori”).

Ed è proprio questo viaggio condotto a ritroso nelle zone oscure del proprio “io”, dove nulla va perduto, ma tutto si sedimenta, si occulta, sprofonda, per poi riemergere all’improvviso, a costituire, a mio avviso, la nota più riuscita del libro – assieme alla sapiente struttura narrativa, sorvegliatissima nei rimandi a distanza e nel rapporto analessi-prolessi –, mentre resta eccessivamente nell’ombra la ricostruzione di un’epoca buia e melmosa della storia nazionale, contrassegnata da tentativi di golpe, dall’ambigua condotta dei servizi segreti, dalla connivenza con la mafia da parte di certi settori deviati dello Stato. Insomma, più che di romanzo realistico parlerei, se costretto a dare una definizione, di romanzo psicologico. Il passo che segue, tratto dal terzo capitolo, ripercorre brevemente la carriera scolastica di Lorenzo Ciabatti, che reca in sé i segni del predestinato.

“Ora: perché un medico così preparato, unico italiano nel ’56 ammesso al Presbyterian Hospital (ai posteri verrà detto: il babbo era il migliore, per questo venne scelto dall’America. Dove l’America è un concetto vago e vastissimo per intendere eccellenza), e dunque perché il miglior laureato dell’Università di Siena, nonché pupillo del professor Bellini, non entra al Santa Maria della Scala, e nemmeno a Grosseto, sua città natale? Scelta personale. Appena tornato da New York, Lorenzo Ciabatti viene convocato al Santa Maria della Scala, Siena. Bellini, il primario, e mio padre, uno di fronte all’altro. Come mio padre sa, entro due anni lui, il Bellini, andrà in pensione, e, come è stato deciso dai piani alti, con un dito il primario indica il soffitto (l’amministrazione? La Regione?), sarà lui, Ciabatti, il successore, cosa che lo rassicura: il suo ospedale nelle mani di un fratello, un chirurgo di alto livello, sa di essere l’unico in Italia specializzato a New York? Dai piani alti non poteva esserci decisione migliore. I piani alti, gli stessi che hanno mandato mio padre a New York, gli stessi che lo hanno messo in contatto con Ronald Reagan, Robert Wood Johnson II e Frank Sinatra, il dito del primario ancora verso l’alto (i santi?). Loro, sempre loro, il Bellini continua a indicare su (Dio?), benedetti loro. Mio padre sa e ringrazia, è davvero un’opportunità, l’ospedale prestigioso, il più prestigioso della Toscana, quando a Firenze son messi malissimo, strutture arretrate, e per lui che viene dall’America, roba da terzo mondo”.

Rodolfo Carelli, Poesie Bonsai, Edicampus edizioni, Roma, 2014

 

a cura di Francesco Ricci