Stefano Carrai, La traversata del Gobi, Torino, Nino Aragno editore, 2017




Si potrebbe scrivere una storia della letteratura, specie per quanto concerne il genere lirico, partendo dai semplici titoli delle raccolte che sono divenute nel tempo canoniche. Già così sarebbe possibile cogliere gli scarti, le infrazioni, gli strappi, le cesure – pur consapevoli della loro natura relativa e spesso effimera – che consentono di distinguere, ad esempio, il tono, la finalità, la concezione dell’uomo e del mondo che caratterizzano larga parte della produzione del diciannovesimo e del ventesimo secolo. “Piccolo libro inutile”, “Poesie scritte col lapis”, “Pianissimo”, “Rimanenze”, “Ossi di seppia”, “Quaderno di quattro anni”, ad esempio, difficilmente riusciremmo a pensarli come alcuni dei risultati più significativi di un secolo, l’Ottocento, che ha creduto (e celebrato) nella figura del poeta-vate.

E così, anche l’ultimo libro di Stefano Carrai, “La traversata del Gobi”, a me pare che già a partire dal titolo tradisca la sua collocazione cronologica all’interno di questo inizio di millennio, e che lo faccia sotto due aspetti. In primo luogo il deserto, che il toponimo richiama, è sì figura centrale del Novecento italiano – si pensi, a titolo d’esempio, a Ungaretti, Sbarbaro, Sereni, Caproni – ma qui viene assunto anche nel significato metaforico di luogo d’azione / inazione di un soggetto, l’io lirico, che possiede i tratti non già dell’homo viator che attribuisce al suo cammino un significato o, almeno, una meta, bensì del “viandante” oggetto della riflessione filosofica di Umberto Galimberti.

In secondo luogo il sostantivo traversata a me sembra saldare splendidamente il destino individuale del poeta (suo è, prima di tutto, il viaggio “narrato”) con quello dell’umanità intera, in particolare con quello di chi ogni giorno prima a piedi, poi per mare, lascia la propria terra per sfuggire alla guerra e alla povertà: l’Asia (e a maggior ragione l’Africa) non costituisce tanto lo spazio, come avveniva in una delle canzoni più belle di Leopardi, del remoto e dello sconosciuto, quanto dell’immediatamente prossimo. D’altra parte, microstoria e macrostoria s’intrecciano magistralmente e senza attriti nella “Traversata del Gobi”, che vede coesistere la memoria di affetti e fatti strettamente personali (“Intermittenza”, “Lezione di chitarra”, “Via dello Studio”, “Livia”, “Sul greto”) con quella di luoghi ed eventi del XX secolo, spesso i più drammatici (“Monumentino partigiano”, “Stazione di Ferrara”, “Paszkowski, una mattina”, “Angelo custode”) . La lirica che segue, intitolata “Ultimo minuto”, è tratta dalla sezione conclusiva (“In cauda”).

Chissà cosa si pensa

o si rivede in zona Cesarini?

Forse io rifarò

per l’ultima volta il goal che ho sognato

di fare mille volte

in tuffo

a volo d’angelo

che non ho fatto mai sul campo

quando

in foto il viola era un grigio antracite

esulterò pregustando la gloria

mentre il pallone mi precederà

di un istante

infilandosi

nella porta di Dite.

Stefano Carrai, La traversata del Gobi, Torino, Nino Aragno editore, 2017

 

a cura di Francesco Ricci