Roberto Cresti e Maura Martellucci, La patria in strada, Betti, Siena, 2017




Anche i nomi delle strade, al pari di tutto ciò che è figlio dell’opera dell’uomo, non si sottraggono all’usura del tempo. La scritta “già fu…”, che compare in piccoli caratteri sotto il nome di tante vie del nostro bellissimo centro cittadino, è assimilabile in tutto e per tutto a un necrologio: quella che oggi noi  chiamiamo Piazza del Sale, in precedenza veniva chiamata Piazza Benedetto Cairoli e prima ancora Piazza degli Umiliati; l’attuale via Garibaldi fu a lungo denominata Strada di San Lorenzo; l’odierna Piazza Matteotti era conosciuta dai Senesi di inizio XX secolo come Piazza Umberto I, da quelli di fine XIX secolo come Piazza Giuseppe Pianigiani.

A morire non sono, dunque, soltanto gli uomini che calpestano marciapiedi e selciati, ma anche parti e frammenti di interi quartieri: a durare, a permanere – amara constatazione – sono davvero ben poche cose (ad esempio, le buste di plastica che hanno trasformato uno splendido atollo delle Maldive in una sorta di discarica). D’altra parte il tempo che distrugge, specie quando si ha a che fare con la Storia con la lettera maiuscola, è anche il tempo che crea (a volte ricrea). Là dove per lungo tempo un vicolo o una piazzetta avevano parlato, coi loro nomi, di professioni o si erano ispirati a qualche edificio religioso o civile limitrofo, all’improvviso una sollevazione popolare, l’impresa di un patriota, una spedizione militare, una battaglia, una vittoria, una conquista, insomma, un evento di rilievo, reclamano con forza il loro diritto a venire ricordati nell’odonomastica cittadina e nazionale.

E così il viaggiatore, ritornando nello stesso quartiere della stessa città a distanza di anni, e leggendo i nomi delle strade riportati sulle targhe in marmo, non rinviene più un breve catalogo delle arti e dei mestieri medievali, bensì un elenco di chi con le sue gesta ha determinato (orientato) il destino della propria Nazione: ad esempio, per quanto concerne l’Italia, Mazzini, Garibaldi, i Mille, Nino Bixio, Gioberti, Pisacane, Cavour. Nomi, quest’ultimi, che ritornano con notevole frequenza nel documentatissimo libro di Roberto Cresti e Maura Martellucci “La Patria in strada”, che evidenzia come il Risorgimento e l’Unità abbiano lasciato tracce e segni anche nello stradario urbano senese, in particolare in quattro momenti distinti: subito all’indomani della proclamazione del Regno d’Italia, dopo il 1871, in occasione del decimo anniversario della Marcia su Roma (e dunque in epoca fascista), nel secondo dopoguerra. Il passo che segue costituisce l’inizio del paragrafo dedicato a Piazza dell’Indipendenza, appartenente al capitolo intitolato “Tra lo stradario del 1871 e quello del 1931”.

“Anticamente piazza dell’Indipendenza si chiamava piazza San Pellegrino, come si evince sia dallo stradario del 1861 che da quello del 1871. Fino ai primi dell’Ottocento, infatti, vi sorgeva l’antica chiesa parrocchiale dedicata a questo Santo, citata già nel XI secolo e sede di vari uffici comunali prima della costruzione di Palazzo Pubblico, tra cui l’ufficio della Biccherna. L’edificio sacro fu definitivamente abbattuto nel 1812 per creare uno spazio più ampio di fronte al Teatro dei Rozzi, considerando che la chiesa occupava buona parte della piazza odierna, ma in verità le opere di demolizione erano state avviate già da qualche decennio. Uno schizzo di Girolamo Macchi la ritrae ad inizio Settecento con una semplice facciata munita di rosone centrale e copertura a capanna; il sagrato, posto al di sotto di una scalinata di accesso, era delimitato da un basso muretto, che nell’angolo a destra terminava con una colonna su cui era posata una lupa, forse trecentesca, dove l’Arte della Lana innalzava il suo vessillo. Sul lato sinistro della chiesa sorgeva la cappella del Santissimo Corpo di Gesù, meglio nota come dei Lanaioli perché officiata da tale corporazione. Secondo il resoconto fatto da Pecci nel “Giornale Sanese”, già il 19 gennaio 1764 si cominciò a demolire i “murelli”, mentre la colonna fu trasferita “nella cantonata della medesima piazza”, per poi sparire nella ristrutturazione ottocentesca. Nel 1777, poi, fu abbattuta la cappella dei Lanaioli e sei anni dopo San Pellegrino perse il titolo parrocchiale, trasferito presso Santa Maria della Sapienza”.

 

Roberto Cresti e Maura Martellucci, La patria in strada, Betti, Siena, 2017

 

a cura di Francesco Ricci