Riccardo Intruglio, Il romanzo erotico




C’è molta vita nel romanzo d’esordio di Riccardo Intruglio (Siena 1991). Un’onda di vita che piega lo stile in direzione dell’essenzialità, della paratassi, della semplicità. Succede, succede che l’eccesso di vita rifugga l’ampia partitura, il periodare complesso, la rigorosa architettura logica. Non sempre, però a volte accade. Accade che il flusso debordante di energia, di passione, di vorace golosità, consapevole che nessuna struttura può contenerlo – è inesauribile, è irrefrenabile –, finisca col prediligere una scrittura che accosta frammenti di periodi, lacerti di proposizione, che riduce il dialogo dei personaggi a poche essenziali battute, che, ancora, fa erodere continuamente dall’area del verbo, nei testi lirici (Il romanzo erotico, infatti, è un prosimetro), l’area dell’aggettivo con funzione meramente esornativa.

D’altra parte, l’autore ha soli ventisei anni, d’altra parte la cultura alla quale strizza sovente l’occhio è la cultura americana (le canzoni, i film, i racconti). Nessuna sorpresa, perciò, se nel romanzo di Riccardo Intruglio c’è molta vita, una vita, torno a ripeterlo, goduta nella sua immediatezza, nella sua elementare coesistenza di desideri, umori, pelle e sesso. Eppure i conti non tornano, non sembrano tornare. La vita, impura, eccitante, travolgente, infatti, è traguardata “a parte mortis”, quando, cioè, si è fatta, sta per farsi, ricordo, sebbene il protagonista, Vito Dreux, abbia soltanto trentasei anni.

Ma si sta consumando. Si sta spegnendo. Vito Dreux sta morendo e ha scelto la clinica elvetica di “Domus Liebe” per congedarsi dal mondo, quasi a volere riaffermare, a se stesso e agli altri, la forza di una incontrovertibile verità: anche nel momento del morire, vale a dire del venir meno di ogni possibilità (e non a caso Martin Heidegger definisce la morte come “la possibilità della pura e semplice impossibilità dell’esserci”), all’uomo, all’uomo malato, resta ancora una scelta. L’importanza di un libro come Il romanzo erotico, nel panorama della narrativa italiana contemporanea, deve essere individuata, a mio avviso, nella capacità di fondere l’attualità (a partire dall’eutanasia e dallo sviluppo tecnologico) con la riflessione su tematiche che da sempre generano nell’uomo interrogativi (la vita, la morte, il corpo, l’anima, l’impegno, la famiglia, l ’amore, il dovere, il piacere, le ragioni dell’individuo, le ragioni del gruppo) e di farlo attraverso una scrittura che per maturità e per originalità ha pochi eguali e che asseconda alla perfezione l’idea dell’esistenza come un fiume che tutto abbraccia e che tutto trascina, offrendosi allo sguardo di chi l’osserva (in primis l’autore) ora cristallina ora melmosa. Il passo che segue, tratto dal capitolo iniziale, consente al lettore un primo incontro con la figura del protagonista.

“Vito Dreux aprì gli occhi. Era andato a morire in Svizzera e c’erano tantissime gocce di pioggia stese sui vetri della stazione. I binari sparivano lontano, sfumando nella nebbia che galleggiava nella morsa del maltempo. Era giugno ma non sembravano esserci avvisaglie d’estate. L’umidità era stagnante. Si soffocava. Indossava solo una camicia e l’aria condizionata cominciava a dargli fastidio. Un tramezzino al prosciutto cotto gli galleggiava nello stomaco. Non l’avrebbe trattenuto a lungo. Ogni tanto, i lampi rossi di qualche convoglio perforavano le coperte di nebbia e come animali addormentati arrivavano a posarsi ai lati delle passerelle di cemento. Vito premeva le nocche delle mani contro le ginocchia, sforzandosi di non ascoltare la canzone che stavano passando alla radio. La vescica gli pulsava, bruciante. Non c’era stato nemmeno il tempo di pisciare, il treno era stato puntuale. Erano venuti a prenderlo con addosso degli abiti eleganti. Quelli che un tempo indossava anche lui. L’uomo era il primario della clinica, baffi argento e cravatta marrone. Insieme alla direttrice amministrativa, una donna con due seni enormi compressi in un tailleur grigio asfalto. Vito Dreux aveva dei pantaloni di velluto verde sformati e un paio di mocassini di una vita fa”.

 

Riccardo Intruglio, Il romanzo erotico, Tricase (LE), Youcanprint Self-Publishing 2017

 

a cura di Francesco Ricci