Riccardo Bruni, La stagione del biancospino




Il genere poliziesco, il noir, il thriller catturano il lettore e ispirano film di successo. Segno evidente che le paure, le inquietudini, le angosce dello scrittore (del regista cinematografico) sono spesso, sebbene non necessariamente in eguale misura, le paure, le inquietudini, le angosce del pubblico. E vedere che queste vengono superate o almeno ridotte, sulla pagina o sullo schermo, rassicura chi, nella vita quotidiana, ne è vittima: la liberazione dal terrore dei personaggi comporta la liberazione – Aristotele avrebbe parlato di catarsi – dei lettori.

D’altra parte, accanto all’atmosfera (cupa, grave, spaventosa), il noir e il thriller presentano sempre come elemento strutturante un evento delittuoso (il caso al centro dell’inchiesta) che deve essere risolto. Quando ciò avviene, tutti si sentono rassicurati, sia i personaggi della vicenda narrata che in qualche modo sono stati toccati dall’omicidio che ha avuto luogo, sia i lettori, i quali vedono tanto rispristinato l’ordine che l’infrazione aveva sconvolto quanto ricondotto a una spiegazione razionale ciò che, per molto tempo, pareva non avere una motivazione plausibile, pareva sottrarsi, cioè, a ogni logica e a ogni umana comprensione.

“La stagione del biancospino”, l’ultimo romanzo di Riccardo Bruni (candidato al Premio Strega lo scorso anno con “La notte delle falene”), a me pare nascere all’incrocio tra “Il silenzio degli innocenti” e “Il segreto del bosco vecchio”. Se con il romanzo di Thomas Harris, infatti, condivide la sapiente costruzione della trama, il clima di incertezza e di ansia, l’attenzione agli abissi della mente umana (penso al personaggio di Giulio Rodari), col romanzo di Dino Buzzati ha in comune l’atmosfera a tratti fiabesca e la rappresentazione di un paesaggio, quello della costa maremmana, che cela misteri e che pare partecipare di una vita nascosta, diversa ma non lontana da quella degli uomini.

Il passo che segue costituisce il prologo del romanzo.

“Vediamo di mettere ordine in questo casino. Partiamo dai corpi ritrovati. I primi due erano nel soggiorno. Quando gli uomini vestiti di nero sono arrivati, quasi non credevano ai loro occhi. Per staccarli da lì ci hanno messo un po’. Erano piantati davvero bene. Il terzo era nella piccola stanza, ancora avvolto nel tappeto. Non c’è voluto molto a capirlo, che era lì dentro, perché quel coso arrotolato era tutto inzuppato di sangue. Il quarto era di sotto, nella stanza buia. Lo hanno ritrovato che ormai era diventato un grosso pezzo di ghiaccio. Il quinto era nel bosco. Aveva lasciato una scia di sangue dietro di sé che partiva dalla casa e arrivava nel punto esatto in cui si è fermato per sempre. Il sesto era poco lontano, seduto contro una roccia, proprio in mezzo a quella macchia rossa nella neve bianca. Mezza faccia portata via e la bocca spalancata in quella strana espressione di sorpresa. Il settimo e l’ottavo erano sotto terra. Uno era ancora in buone condizioni, tutto sommato, ma l’altro era già pieno di vermi. Otto corpi. E poi ci sono gli altri due. Quando li hanno trovati, erano ancora vivi”.

Riccardo Bruni, La stagione del biancospino, Amazon Publishing, USA, 2017

Riccardo Bruni, La stagione del biancospino, Amazon Publishing, USA, 2017

 

a cura di Francesco Ricci

foto di Francesco Laezza