Mario Lisi, Ciliegie rosse




Raccontare il dolore è impresa difficilissima. Mancano le parole, spesso manca la forza. Specie se si tratta del dolore generato dalla perdita della persona che, in quanto coniuge o convivente, della tua esistenza è stata testimone. C. S. Lewis, amico di Tolkien, lo ha fatto in prosa, con “Diario di un dolore”, dove narra la sua reazione alla morte della moglie. Ted Hughes lo ha fatto in versi, con il canzoniere dedicato a Sylvia Plath, morta suicida nel 1963.

Dovuto alla malattia o procurato volontariamente, l’ultimo congedo apre sempre voragini di dolore, nelle quali chi resta rischia di sprofondare giorno dopo giorno. Anche per questo Lewis e Hughes hanno preso la penna in mano. Per rendere più tollerabile una pena che, altrimenti, li avrebbe svuotati, inariditi, schiacciati. Scrivere non risarcisce la perdita, certo, ma dà conforto, e, soprattutto, aiuta a comprendere l’incomparabile bellezza di una persona ormai assente, bellezza che, finché lei era in vita, molte volte abbiamo potuto solamente intuire, intravedere, immaginare: è la distanza, come l’esperienza rivela, a consentire il giudizio migliore.

Eppure sia Lewis sia Hughes avrebbero rinunciato ben volentieri a questa tardiva obiettività, l’avrebbero barattata di buon grado con l’imperfezione, la parzialità, l’inesattezza, che contraddistinguono – per eccessivo coinvolgimento ed eccessiva prossimità – la valutazione di chi ancora condivide le stesse notti e gli stessi risvegli. Lo stesso avrebbe fatto Mario Lisi, che ha da poco dato alle stampe il toccante volume intitolato “Ciliegie rosse”, dove a venire tratteggiata è un’esistenza, quella della moglie Stefania, precocemente scomparsa. La sua passione per l’insegnamento, la sua innata allegria, la forza d’animo con la quale la malattia viene affrontata: a restituirceli con grande finezza su pagina è chi, dopo che lei ha fatto ritorno alla Casa del Padre, comprende come non mai la verità del tragico verso montaliano: “e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino”. Il passo che segue è tratto dal capitolo iniziale.

“Nella luce del pomeriggio di fine luglio Vernago in Val Senales pare una cartolina: poche case, qualche lindo albergo-pensione a conduzione familiare e una minuscola chiesina si affacciano sull’omonimo lago che fornisce energia elettrica alla valle. È artificiale infatti ma se non fosse per la piccola diga che lo chiude quasi non lo si direbbe perché in questa terra altoatesina al confine con l’Austria, dove i prati sono rasati alla perfezione e le cataste di legna geometrici capolavori, perfino l’aver dovuto sommergere negli anni Cinquanta l’antico paese ha trasformato un possibile scempio in un bel paesaggio alpino con il verde dei prati e dei folti boschi di abeti che fanno da corona allo specchio d’acqua. Su in alto si intravede il ghiaccio Senales, quello del mitico ‘Ötzi’ (o ‘Uomo di Similaun’), diventato, suo malgrado, dopo un sonno millenario tra i ghiacci, la principale attrazione del museo archeologico di Bolzano. Pensiamo a tutto questo io e mia moglie Stefania, affacciati al balcone della nostra camera di albergo, compiacendoci della scelta rigorosamente effettuata su Internet. Il viaggio è stato come sono da tempo i nostri trasferimenti in auto; sveglia non certo antelucana, andatura tranquilla da ultracinquantenni, soste a volontà e CD in azione con i cantanti preferiti: oggi Vasco Rossi, Fiorella Mannoia e Renato Zero. Altre volte con Branduardi, Guccini o De André. Abbiamo gusti molteplici, insomma. Assaporiamo la prospettiva di un paio di settimane di riposo come si dice ‘attivo’, lunghe camminate tra malghe e rifugi, qualche puntata in alta quota con la funivia, la doccia ristoratrice una volta rientrati alla sera e piacevoli cene con le specialità del luogo. Ne abbiamo davvero bisogno. Stefania è stanca e non ne fa mistero, lo ripete da settimane e la capisco”.

Mario Lisi, Ciliegie rosse, Siena, Tipografia Senese Editrice 2017

 

a cura di Francesco Ricci