Marina Berti, La pietà dei ricordi per Jon




Sigmund Freud non ha mai nascosto il debito contratto, come indagatore e scienziato del profondo, nei confronti della letteratura, in particolare ottocentesca – si pensi a Dostoevskij –, al punto da arrivare a definire i poeti suoi “alleati preziosi” nel descrivere “la vita interiore dell’uomo”. Dopo Freud, e sempre più spesso, la psicoanalisi si è interessata alla produzione di romanzi, racconti, testi in versi, mentre la letteratura (e la critica letteraria) ha fatto tesoro degli studi del grande viennese, così come dell’opera di Jung e di Lacan. Le stesse figure dello psicoanalista, dello psicologo, dello psicoterapeuta, sono divenute familiari, poco alla volta, al vasto pubblico.

Ed uno psicologo è anche il dott. Braschi, il quale, assieme al giovane Mattia, è il protagonista dell’ultimo lavoro di Marina Berti, intitolato “La pietà dei ricordi per Jon” e accompagnato da una pregevole prefazione di Stefania Trinchero. Dopo la morte del fratellastro Jon, suicidatosi nel carcere penitenziario di San Gimignano, Mattia, su sollecitazione dello stesso medico (che nella prigione toscana rappresenta per molti detenuti sia l’unica possibilità che hanno per non recidere del tutto il legame col mondo dei liberi sia per non sprofondare nella più completa afasia), raccoglie svariate testimonianze relative al passato della vittima, a partire da quando viveva ancora coi genitori nelle Filippine.

L’incombere di un destino che pare tristemente segnato fin dalla nascita e la difficoltà di radicarsi in un contesto estraneo, talora perfino ostile, concorrono a fare anche dell’esistenza del giovane Jon un’esistenza soffocata, strozzata, marginale ed emarginata, che rinviene nel drammatico epilogo – il suicidio – la sua inevitabile conclusione. Quasi che le paure e l’angoscia generata dalla percezione di quanto sia angusta l’esistenza per chi nasce dalla parte sbagliata della strada, finiscano col rendere troppo simili, per certi uomini, gli anni trascorsi fuori e dentro il carcere: per loro non c’è né salvezza né redenzione. Il passo che segue è tratto dal capitolo iniziale.

“La chiesa dell’Immacolata non era certo gremita, quel giovedì pomeriggio. Eravamo una ventina, faceva un caldo insopportabile e ognuno sembrava calato nel suo mondo. O nel suo ruolo. Ci conoscevamo quasi tutti, ma nessuno aveva voglia di interferire con i pensieri altrui. L’unica voce che si alzava possente, quasi imperiosa, era quella del sacerdote che celebrava una messa alla quale non avrei mai voluto assistere. Era il funerale di mio fratello, o meglio del mio fratellastro, Jon, e il prete che stava sull’altare era il cappellano del carcere di San Gimignano, luogo in cui Jon era stato rinchiuso gli ultimi due anni della sua vita. In chiesa, alle esequie erano presenti, con me, mia madre Marie, mia sorella Fran, mia nonna Jov, alcuni conoscenti e lo psicologo che aveva seguito Jon negli ultimi due anni della sua esistenza. Il dottor Braschi sembrava la persona più affranta e in consolabile dall’epilogo di quella vita disperata. Prima delle esequie mi ero avvicinato a lui. “Sono Mattia, il fratellastro di Jon. Lei è…”. Braschi si presentò: gli occhi colmi di disperazione, le spalle curve, il volto pallido e un tentativo di sorriso tirato. Mi disse quanto la morte del giovane carcerato fosse straziante per lui. Lo guardai tacendo: non capivo tanto sconforto. Non credetti fosse opportuno approfondire, almeno non in quel momento”.

Marina Berti, La pietà dei ricordi per Jon, Betti, Siena 2018

 

a cura di Francesco Ricci