Giorgio Bernard, Benedetta e Niccolò, La Vita Felice




Una volta il giornalista Lorenzo Mondo ha scritto che la suprema forma d’amore è dare voce agli assenti. Assenti sono i morti o coloro che sono costretti da un regime dittatoriale a trascorrere la propria esistenza in carcere o chi di giorno mendica, vicino a una vetrina spudoratamente ricca, e di notte dorme su un giaciglio di fortuna, dal quale neppure è possibile intravedere le stelle. Assenti sono tutti i dimenticati, tutti i dispersi, tutti gli invisibili del mondo. Assente, però, è anche chi dal dolore (fisico) e dalla sofferenza (psichica) è privato della parola, perlomeno della parola che si riconosce in un codice comune e in una grammatica condivisa e che, perciò, è in grado di assurgere al rango di linguaggio verbale. È per questi fratelli, prima che per qualunque altro, che si dovrebbe continuare a scrivere, è intorno a loro, più che intorno a qualsiasi altro soggetto, che varrebbe la pena di creare ancora – e ancora narrare – intrecci, trame, racconti.

Il milanese Giorgio Bernard lo ha fatto col romanzo “Benedetta e Niccolò. Una storia d’amore e d’autismo”. Senonché lui, la sua voce, l’ha donata due volte, l’ha prestata due volte. A una madre, Benedetta, che un giorno si è accorta che suo figlio di soli due anni, Niccolò, era affetto da autismo; e a quest’ultimo, che attraverso un faticoso percorso, terapeutico e umano, ha potuto infrangere il muro fatto di silenzi, apatia, gesti ripetitivi, e recuperare cosi, almeno in parte, il contatto con la realtà. Bernard sa bene che per un Niccolò che ce l’ha fatta, ci sono altri bambini, nati nelle regioni più povere del nostro pianeta, che dal deficit sociale ed emotivo, proprio dell’autismo, sono condannati a un isolamento, che rende la vita simile a una banchisa di ghiaccio. Nessuna salvezza, nessun miglioramento, nessun raggio di luce nella penombra della loro interiorità. “Benedetta e Niccolò” è dedicato anche a queste creature, due volte dimenticate, due volte assenti. Il passo che segue è tratto dal capitolo iniziale.

“Niccolò è un bambino stupendo. Ha i capelli biondi come il grano e due occhi dolcissimi, scuri e profondi. E poi è un maschietto, il primo bimbo arrivato in casa: il che vuol dire che le nonne e le zie non hanno occhi che per lui. Ha da poco compiuto due anni e alla sua festa di compleanno sono venuti proprio tutti. Ha spento le candeline e poi si è messo a scartare i regali, mentre i parenti intorno al tavolo gli cantavano stornelli e canzoni. Pungolato dai nonni, ha cantato anche lui, prima di far sentire loro le ultime paroline che aveva imparato. La mamma era molto contenta, tra breve avrebbe dato a Niccolò una sorellina, ma ai parenti, nell’occasione, ha preferito non dir nulla: la festa era troppo bella, era tutta per il bimbo e lui sembrava talmente contento… Poi è successo qualcosa, il bambino ha cominciato a cambiare, a farsi strano. Le notti le passa urlando, lamentandosi, e durante la veglia si fa sempre più ombroso, non guarda più negli occhi nessuno, la faccina imbronciata, sofferente. Se mamma o papà lo chiamano non si volta, se cercano di toccarlo si ritrae di scatto; non ha più nessun contatto umano, con nessuno. Nel giro di un mese ha smesso di parlare e ora fa addirittura fatica a muoversi, a compiere i gesti più semplici. Adesso se ne sta seduto sul suo seggiolino e mugola senza posa, un lamento che somiglia a una nenia ossessiva, mentre i pini e i cipressi passano grigi sul ciglio della provinciale, al di là del finestrino. Lui tiene la testa appoggiata contro il vetro, ma non dà l’impressione di accorgersi di niente; lo aguardo spento, svuotato, le braccia rigide accostate ai fianchi”.

Giorgio Bernard, Benedetta e Niccolò, La Vita Felice, Milano 2017

 

a cura di Francesco Ricci