Gigi Paoli, Il rumore della pioggia




Un libro giallo, quando è ben fatto, quando è ben costruito, non è mai semplicemente un giallo. Accoglie, infatti, tratti ed elementi appartenenti ad altri generi letterari, strizza l’occhio a differenti tipo di linguaggio, come quello cinematografico, televisivo, perfino pubblicitario o fumettistico. Non è certo un caso che il noir sia molto caro agli scrittori e ai lettori che si riconoscono nel Postmoderno, che, da un punto di vista strettamente formalistico-retorico, ha avuto proprio nell’intertestualità, nel citazionismo, nella mescolanza di stili la sua nota caratterizzante (su questo punto, mi permetto di rimandare a quanto scritto in “Di carta e d’inchiostro” all’interno del volume collettaneo edito da Becarelli e intitolato “Post moderno. Un post da decifrare”).

Una conferma ci è fornita anche dal romanzo d’esordio di Gigi Paoli, “Il rumore della pioggia”, che, pubblicato nel 2016 da Giunti, continua a vendere ed essere apprezzato. Accanto all’inchiesta, tesa ad accertare chi e perché ha ucciso con ventitré coltellate l’anziano commesso di un negozio di antichità religiose nel centro di Firenze, uno spazio importante, infatti, è accordato anche alla ricostruzione dell’ambiente giornalistico – la redazione, i rapporti coi colleghi e il direttore, la maniera di trattare le notizie – e di quello familiare, dal momento che il cronista Carlo Alberto Marchi vive con sua figlia, Donata, la quale sta entrando nell’adolescenza, età segnata dalle trasformazioni, dalle contraddizioni, da facili entusiasmi e improvvise delusioni. E poi, accanto al giornale e accanto a la famiglia, c’è lei, c’è Firenze (terzo elemento autobiografico del romanzo, dal momento che Gigi Paoli è stato per quindici anni il responsabile della cronaca giudiziario della redazione del capoluogo toscano del quotidiano “La Nazione”), bellissima, comunque bellissima, nonostante la pioggia, nonostante il traffico, nonostante i misteri che cela e le paure che suscita.

Il passo che segue costituisce l’inizio del sesto dei ventidue capitoli che compongono il libro (pp. 285, euro 15) e dimostra come col tempo la parete che separa lo scrivere gialli dallo scrivere “romanzi sociali” sia divenuta sottilissima.

“Arrivai in redazione alle cinque. Il cielo era buio come a notte fonda. La pioggia non si era fermata un minuto. Lasciai la macchina al parcheggio sotterraneo e attraversai il grande viale. Odiavo gli ombrelli, anche perché ne avevo persi tanti quanti ne avevo posseduti. E così, dato che di capelli non ne avevo più, mi limitavo a tirare su i risvolti del soprabito nero per evitare di inzupparmi la giacca. Entrai nell’open space della cronaca passando, come sempre, dall’ingresso posteriore del secondo piano. Quello più vicino alla scrivania che dividevo con l’Artista, un computer di fronte all’altro. Un modo utile, peraltro, per evitare di passare davanti alla stanza del direttore e dei suoi pretoriani. Appena entrai, vidi con la coda dell’occhio l’Artista nella stanza del capo. Mi tolsi il soprabito e mi avviai anche io. “Allora? Che abbiamo dalla procura?” mi accolse Lorenzoni mentre mi accomodavo in una delle poltrone appoggiate alle pareti. “La storia è brutta. Quindi, per noi, è bella” esordii. Il capocronista si appoggiò allo schienale e incrociò le braccia sul petto. L’Artista pensava palesemente agli affari suoi perché sapeva già quel che stavo per dire, dato che la prima telefonata fuori dal Palazzo di Giustizia era stata per lui. Partii con la frase sul fantasma, ben sapendo che a Lorenzoni una cosa del genere sarebbe piaciuta tantissimo. Infatti gli brillarono gli occhi e si sporse in avanti guardando il piano della foliazione del giorno successivo sulla sua scrivania, ingombra in modo esorbitante di fogli e pagine di giornali già vecchi- “Ottimio Carlo.” Quando facevo una cosa buona mi chiamava Carlo, quando la facevo cattiva diventavo Marchi con un tono di voce che sottintendeva la parola ‘idiota’.”

Gigi Paoli, Il rumore della pioggia, Giunti, Firenze 2016

 

a cura di Francesco Ricci