Francesco Vannoni, Sonetti ne’ cassetti, Siena, Betti, 2016




Ci sono alcuni titolo di libri che conquistano fin da subito il lettore. O perché lo affascinano o perché lo inquietano o perché lo interrogano. Ciò vale non solo per le opere in prosa (racconti, romanzi, saggi), ma anche per quelle in versi. In questo caso, però, poche volte capita di prestare attenzione al fatto che per lungo tempo le singole liriche furono indicate semplicemente in base a un numero (si pensi a Petrarca o a Poliziano), mentre lo stesso termine che denominava l’intera raccolta lirica oscillò in modo monotono tra “Rime”, “Poesie”, “Canzoni”. È solo con la fine del Cinquecento che lentamente si fece strada l’abitudine di dare un titolo alle singole poesie, come attestano Battista Guarini (1538-1612) e Giovan Battista Marino (1569-1625), mentre occorre aspettare la seconda metà dell’Ottocento perché tale novità si estenda all’insieme dei testi (si pensi, in Italia, alla Scapigliatura milanese).

Estremamente felice a me pare anche il titolo che Francesco Vannoni ha voluto dare al suo ultimo lavoro, vale a dire “Sonetti ne’ cassetti”. In primo luogo per l’accostamento di due parole, “sonetti” e “cassetti”, che stridono fra di loro, provocando un effetto di stupore e suscitando curiosità nel lettore. Il sonetto, infatti, nella sua genesi – presso la Magna Curia di Federico II – e nel suo sviluppo storico, viene naturale associarlo all’idea di pubblico, di dialogo (a volte di “tenzone”), di espressione dell’interiorità del poeta che non si vuole che resti un fatto privato, ma, al contrario, si desidera esibire; il cassetto, invece, evoca la chiusura, il segreto, l’intimità gelosamente custodita e da custodire.  In secondo luogo, e a un livello di significato più profondo, “Sonetti ne’ cassetti” può essere interpretato come una dichiarazione di generosità e di fiducia nella generosità. La generosità di Francesco Vannoni, che ci dona le proprie poesie, nelle quali la struttura formale, sempre sorvegliata e cesellata, lascia intravedere con rara limpidezza quelli che del poeta sono gli stati d’animo e i pensieri anche più riposti e propri; la fiducia nella generosità, ritenuta ancora come una delle possibili condotte dell’uomo capaci di aprire una crepa nel muro dell’egoismo e dei privilegi sociali, come rivela anche la lettura del sonetto “Avarizia”, appartenente alla sezione “I vizi capitali”,  incastonata tra “Penne d’Oca” e “Scritti con Voi”.

 

Di generosità è l’opposto perfetto

e se del vizio piglia la sembianza,

pe’ capi’ tutto ‘l succo del sonetto

forse s’è bell’e scritto abbastanza.

Questo ’n definitiva è quel difetto

che ‘un ci fa divide’ ogni sostanza,

eppur l’avaro potrebbe fa’ fioretto

e di’: “È vostra, che a me m’avanza”.

Lo so, per carità, ci vòle ‘l tatto

che quando un avaro fa l’abiura,

po’ rischia’ di passa anche da matto.

Però l’esse’ generosi po’ servi’

all’anima e alla su’ vita futura,

quando Dio ci dirà: “Te vieni qui”.

 

Riccardo Pedraneschi, Finimondo, Siena, il Leccio, 2017

 

a cura di Francesco Ricci