Francesco Vannoni, S’i fosse… C(h)ecco. Nuovi sonetti in vernacolo, Siena, Betti 2017




Per gentile concessione dell’Editore, Luca Betti, riproduco integralmente la postfazione (“L’artigiano della parola”) che ho scritto per il nuovo libro di poesie di Francesco Vannoni (a Mauro Civai si deve, invece, la prefazione).

“L’opera in versi di Francesco Vannoni coniuga narratività e descrittivismo, e lo fa tanto a livello tematico quanto a livello formale. Per quanto concerne il primo aspetto (quello tematico), si nota che molti sonetti si presentano come delle vere short stories, con uno spazio, un tempo, dei personaggi, un intreccio. A titolo d’esempio, è possibile citare Pe’ strada, Il poeta di…vino, In ufficio, Certe mattine, Al bar, La figliola del guardiano col suo incipit da questo punto di vista paradigmatico: “È la storia d’un citto col furgone / mentre cascava la pioggia battente: / che gl’attraversò improvvisamente / una citta. Questa fu la situazione”. Altre liriche, invece, recuperando la lezione sabiana del poeta come un “incisore”, si presentano al lettore sotto forma di frammenti descrittivi di un paesaggio, di un ambiente interno, di un carattere, di una situazione o di un gesto. È il caso di La stretta di mano, La maschera dell’attore, La felicità, Il pavimento della stazione, Il pagliaccio, La terra in Piazza.

Per quanto riguarda il secondo aspetto (quello formale), risulta particolarmente interessante il modo col quale Francesco Vannoni si confronta con la misura delle quartine (le quali costituiscono, con terminologia desunta dalla canzone, la fronte, mentre con sirma si indica il gruppo costituito dalle due terzine). Due sono le osservazioni, in particolare, che si impongono: 1) la rima, come è nella tradizione del sonetto, può essere sia alternata (ABAB ABAB) che incrociata (ABBA ABBA), ma si nota una decisa preminenza della prima sulla seconda:

“Prima voleva di’: “Parola data!”. / Aveva più valore d’un contratto. / ‘Un c’era allora sai carta firmata, / bastava stringe e era come fatto”; 2) tra la prima e la seconda quartina può aversi come non aversi una netta cesura, affidata al punto. Per averne conferma è sufficiente mettere a confronto i primi due componimenti della raccolta, Prologo I e Prologo II. Nel primo caso le due quartine definiscono una struttura del tipo 1+6+1, rinunciando alla separazione tra i primi quattro e i secondi quattro versi: “Ma guarda questo citto che pretese! / Ditemi voi se ‘un è presunzione: / solo pe’ ‘l fatto d’esse’ un senese / che de’ sonetti ama la tradizione // spesso si butta ‘n certe imprese / che ‘un hanno una giustificazione / questa è la prima delle sorprese. / Che pensa d’ave’ avuto un’intuizione”. Nel secondo caso, invece, le due quartine appaiono ben distinte: “Perdonatemi via, Sor Angiolieri! / La cosa m’è venuta alla mente / in tutta quella folla di pensieri / lì nel mezzo tra qualcosa e niente. // Quando ‘l cervello prende que’ sentieri / dove poi, guasi improvvisamente, / un discorso fatto fino a ieri / ti si riaccende immediatamente”. Questa duttilità nel trattare la fronte del sonetto, consente a Francesco Vannoni di impiegare le prime due quartine ora con una funzione più narrativa (in assenza di cesura) ora più descrittiva (in presenza di cesura, affidata al punto dopo il quarto verso) o, che è la stessa cosa, con un taglio più dinamico o con un taglio più statico.
Vero è che non sempre si ha, come pure potremmo aspettarci, la coincidenza tra narratività a livello tematico e narratività a livello formale, come testimonia il componimento già precedentemente menzionato, La figlia del guardiano: “È la storia d’un citto col furgone / mentre cascava la pioggia battente: / che gl’attraversò improvvisamente 7 una citta. Questa fu la situazione. // Al momento della presentazione / lei gli disse: (…)”. E lo stesso vale per il descrittivismo, come conferma la lettura del Pagliaccio, dove spetta proprio al metro assicurare il movimento a una materia di per sé fondamentalmente statica: “Quando te lo vedi col naso rosso / se lo mette pe’ fa’ ride la gente. / Ma ‘un lo vedi mi’ a se è commosso. / Se magari dentro interiormente, // ti dice: “Vi fo ridere finché posso, / perché nascondo così abilmente / tutto quel dolore (…)”.

Questa ricercata o mancata coincidenza tra piano tematico e piano formale, che finisce col creare sovente “descrizioni mosse” e “racconti pausati” non deve essere interpretata, a mio avviso, solamente come un segno dello sperimentalismo stilistico di Francesco Vannoni (evidente anche nell’uso dell’endecasillabo) e della sua perizia di artigiano della parola; piuttosto, tradisce anche una ben precisa visione della vita e dell’arte. Noi uomini, infatti, siamo davvero “creature di un solo giorno”, come ben sapeva la sapienza dei greci, i quali, non a caso, distinguevano fra zoé, la vita immortale e senza fine (quella della natura), e bíos, la vita individuata e finita (quella delle forme della natura, come piante, animali, uomini). Spetta all’artista sperimentare in continuazione, sulla propria pelle, il dissidio fra ciò che trascorre e ciò che permane o, volendo essere ancora più chiari, tra il destino di consunzione che accomuna e avvolge tutto ciò che esiste e il desiderio di permanenza, di stabilità, di durata. Scrivere (ma lo stesso potrebbe dirsi della pittura o della scultura) diviene allora uno dei tentativi esperiti per trarre in salvo ciò che un giorno incontrammo, ciò che riempì i nostri occhi, spesso anche i nostri sensi e il nostro cuore, ciò che si offrì a noi in una mattina come tante, né migliore né peggiore di altre. Né inno né elegia, la produzione in versi di Francesco Vannoni nasce esattamente al confine tra la nostalgia per il continuo trapassare di persone e di cose e la fiducia nella possibilità di salvare istanti e frammenti di vita: dove l’uomo riconosce l’ombra opaca del morire, l’artista rinviene la luce accecante dell’essere”.

Francesco Vannoni, S’i fosse… C(h)ecco. Nuovi sonetti in vernacolo, Siena, Betti 2017

 

a cura di Francesco Ricci