Francesco Ricci, La bella giovinezza. Sillabari per millenials




“I ragazzi riescono a gestire molte informazioni nello stesso tempo. Non conoscono, né integrano, né sintetizzano come noi, che siamo i loro genitori e nonni. Non hanno più la stessa testa”. Michel Serres, “la mente filosofica più fine che esista oggi in Francia” secondo Umberto Eco, ha evidenziato a più riprese la profonda trasformazione intervenuta negli ultimi venti, trent’anni, a seguito dello sviluppo delle nuove tecnologie, negli adolescenti e nei post-adolescenti.

A essere cambiato è il modo di abitare lo spazio, di abitare il tempo, di comunicare, di apprendere, di formare legami, di fare esperienze, di guardare al futuro, di vivere la scuola, di muoversi in famiglia, di divertirsi, di istituire una gerarchia di valore tra la dimensione privata e quella pubblica dell’esistenza. Alla luce dell’osservazione di Michel Serres – ma anche di quelle di Massimo Recalcati, Eugenio Borgna, Umberto Galimberti, Stefano Laffi, Gustavo Pietropolli Charmet – e, soprattutto, della sua esperienza di docente di scuola media superiore, Francesco Ricci ci offre un’ attenta e per nulla scontata interpretazione dell’attuale arcipelago giovanile. Riprendendo i  contributi settimanali pubblicati per il suo seguitissimo blog #iragazziterribili (sul sito www.toscanalibri.it) e facendoli precedere da un’ampia introduzione (“Una questione preliminare”, “Raccontare l’adolescenza”, “Un adolescente degli anni Ottanta”, “Un professore tra vecchio e nuovo millennio”, “La generazione dell’inesperienza”, “La nostalgia di una testimonianza”, “Crescere all’ombra di Dostoevskij e di Nietzsche”, “Vivere in mezzo ai giovani”), l’autore si confronta  in trentadue capitoli  con altrettanti “ambiti di azioni” dei giovani di questo terzo millennio: alcol, amicizia, amore, bellezza, calcio, creaturalità, Dio, droga, entusiasmo, famiglia, giustizia, inquietudine, internet, libri, moda, musica, noia, omosessualità, paura, politica, prossimo, qualunquismo, ribellione, sconfitta, scuola, sesso, solitudine, turpiloquio, umiltà, viaggio, violenza, volontariato.

Non mancano nel libro i riferimenti a quegli scrittori italiani che, grosso modo a partire dai primi anni Ottanta, hanno saputo parlare, in romanzi di successo, dei giovani ai giovani, come Palandri, Tondelli, De Carlo, Busi, Brizzi, Culicchia, Carcasi, riflettendone desideri e timori, aspirazioni e disincanti. Il passo che segue è tratto dall’introduzione, nella quale ricordi personali, osservazione diretta dell’universo giovanile, lettura dei più recenti studi dedicati all’adolescenza, concorrono a tracciare il ritratto di una generazione, quale è quella attuale, orfana di esperienza e desiderosa di una testimonianza, magari silenziosa, ma reale, concreta, tangibile, capace di aiutare a rinvenire la propria vocazione più autentica, la sola in grado  di garantire un significato all’esistenza e all’esistente.

“Occorre ricordare quello che siamo stati e comprendere chi abbiamo davanti, comprendere certi silenzi, certe assenze, certi entusiasmi, certe smorfie di rabbia e di dolore, e pensare che anche in questo modo un giovane ci parla, ci chiede di ascoltarlo, di vederlo, di prendersi cura di lui. Nel corso dell’adolescenza, l’età nella quale tutto è in divenire, tutto è in trasformazione (si pensi all’immagine del proprio corpo) – e perciò frattura – è fondamentale che qualcosa resti, che qualcosa dia l’impressione di restare, e questo qualcosa non potrà mai ridursi a una serie pressoché sterminata di regali, di merci, di “sì”, di condiscendenza, di proclami, di tavole della Legge, di prediche fatte con poca convinzione solamente perché in televisione è stata data la notizia che un ragazzo si è suicidato o ha ucciso un coetaneo o è stato trovato in overdose. Questo qualcosa, invece, questo punto fermo è la presenza degli adulti (genitori, insegnanti, conoscenti). Ma cosa significa essere presenti? Significa essenzialmente vedere e ascoltare. Soltanto chi sa vedere (non guardare) e ascoltare (non udire) può sperare di essere un testimone per un adolescente, di accendere in lui un fuoco con il proprio fuoco, di essere una stella che brilla e non già uno specchio che riflette il grigio di una vita mancata o subita. Occorre tornare a sederci, a parlare, a ridere, a bere insieme, magari anche a fumare, ma bisogna prenderci del tempo insieme, per vedere e per ascoltare. Solamente così qualcosa resterà, qualcosa potrà restare. Forse la cenere o il mozzicone di qualche sigaretta, o un segno del bicchiere sul legno del tavolino, o la forma di un corpo su un cuscino stropicciato. Ma potrà restare anche qualcosa di diverso e di più importante: i semi di un colloquio che un giorno si faranno frutto, dimostrando che non furono inutili le ore trascorse insieme da un giovane e da un adulto, in quella sera, in quelle sere, in cui anche l’aria sul viso pareva più fresca e più bianca la spuma della birra”.

Francesco Ricci, La bella giovinezza. Sillabari per millenials, Primamedia, Siena, 2017

 

a cura di Francesco Ricci