Fausto Tanzarella, Affresco




Fra gli infiniti meriti del Nome della rosa di Umberto Eco c’è anche quello di avere abituato il lettore all’idea che l’indagine poliziesca può appartenere al passato non meno che al presente. A condurla non sarà un commissario, certo, non sarà un maresciallo, è evidente; tuttavia, ci sarà sempre un chierico o un laico investito del compito di fare luce su un delitto compiuto in quella che alla sensibilità degli umanisti non parve meritare altra denominazione che non fosse “età di mezzo”.

Anche il nuovo romanzo di Fausto Tanzarella, intitolato “Affresco”, come già avveniva coi precedenti lavori, “I giorni del corvo” (2009), “Un’ombra nera” (2011), “Il codice dei corpi” (2015), è ambientato nella Siena medievale. L’inchiesta, condotta dall’avvocato Bernardino Cristofori, prende l’avvio dal ritrovamento del cadavere di un giovane diciassettenne in una sala al secondo piano del Palazzo dei Signori. La vittima, Gaetano di Vieri, è un allievo di Ambrogio Lorenzetti, il quale nell’inverno del 1338 ha dato inizio alla realizzazione dell’affresco della Pace e della Guerra – meglio noto come l’Allegoria del buono e del cattivo governo –, che gli è stato commissionato dal governo dei Nove signori della Repubblica. Accanto al corpo del giovane, che è stato pugnalato alle spalle, viene rinvenuto un cartiglio con sopra scritto “Cane fiorentino, dipintore di brutture, la tua ruffianeria verso i potenti avidi e rozzi di questa città ingrata non ti porta bene. L’onore che ti han reso offende l’arte. L’ingiuria intollerabile si lava nel tuo sangue”.

Mentre Bernardino Cristofori procede nella sua indagine, il lettore è ricondotto –  complice l’adozione di una prosa che, soprattutto nelle parti dialogate, mostra, a livello di lessico e di sintassi, una evidente patina arcaica – al cospetto di una Siena lontana nel tempo, ma che si fa anche allegoria delle contraddizioni del presente della nostra città, dei suoi conflitti, dei suoi umori, dei suoi misteri. Il passo che segue è tratto dal Prologo, i cui fatti si svolgono a distanza di nove anni dalla vicenda narrata nei quindici capitoli che compongono il romanzo.

“La scoperta avvenne per caso, una sera del freddo inverno 1347. Già da qualche tempo io, Jacopo di Bencivenne da Gavorrano che scrivo queste note, dalla natia Maremma ero venuto a stabilirmi in Siena, per studiare diritto. E avevo avuto la fortuna d’esser preso a ben volere da messer Bernardino Cristofori, il più illustre avvocato che allora fosse in Toscana, conoscitore in profondo dei malefici criminali, loro indagatore e disvelatore inesorabile. Il dottore mi aveva scelto come suo primo discepolo e assistente. Quella sera, come di solito accadeva, ero nella sua casa di via Stalloreggi, intento al riordino di atti e di molte sue vecchie carte che giacevano stipate e confuse in una cassapanca, ed ecco che a un tratto mi ritrovai tra le mani non uno dei consueti documenti, bensì un disegno, che mi colpì nell’animo per la finissima arte e l’elegante tratto. L’opera era stata compiuta a carbone su carta grossa, ritraeva un volto di donna, giovane, bellissima e assai delicata, lo sguardo della quale appariva melanconico e sognante, affidato a un luogo o a un pensiero lontano. Il maestro in quel momento sedeva allo scrittoio intento a redigere una lettura per i suoi studenti. Mi accostai a lui e gli mostrai il disegno. “Guardate cosa ho trovato tra gli scritti che m’avete chiesto di ordinare.”, dissi. Egli prese il cartone, lo esaminò, mi parve sorpreso ma anche lieto. Sorrise. “Bravo, Jacopo. Da tempo mi chiedevo dove fosse finito ed ero in pena, perché tengo molto a quest’opera, ma disordinato come sono…” “Mi pare di gran pregio.”, aggiunsi. “Puoi ben dirlo, ragazzo mio, guarda…” Così dicendo girò il disegno. Sul retro erano vergate queste parole: “In pegno di gratitudine all’amico Bernardino.” Seguiva una semplice firma: Ambrogius Laurenti”.

Riccardo Intruglio, Il romanzo erotico, Tricase (LE), Youcanprint Self-Publishing 2017

 

a cura di Francesco Ricci