The Founder: come è nato davvero l’impero McDonald




Uno strepitoso Michael Keaton con sopracciglia inarcate, sorriso subdolo e accattivante che in breve diventa ghigno, fisico perfetto e affabilmente in bilico tra antipatia e fascino: come facevo con un attore così a non andare a vedere The Founder? Usa, 2016, ultimo film di John Lee Hancock, regista americano che dopo la brillante messa in scena di Saving Mr Banks- la vita di Walt Disney- continua a seguire le orme del biopic, focalizzando stavolta l’attenzione sulla nascita del fenomeno imprenditoriale dei Fast Food, o meglio di uno dei way of life d’importazione transatlantica, ormai elemento costitutivo della nostra quotidianità, consapevoli o meno…

Stati Uniti, anni cinquanta, boom economico pieno. Ray Kroc, venditore di frullati dell’Illinois, apparentemente uomo inetto e banale, in realtà anima guasta di un sistema economico impietoso, interessato da sempre allo sfruttamento e non alla considerazione della dignità umana, non ha grandi prospettive di carriera e di soddisfazioni lavorative. Un giorno si imbatte in un chiosco di hamburger in pieno deserto californiano di proprietà di due fratelli, Dick (Nick Offerman) e Mac McDonald (John Carroll Lynch). Subito colpito dal sistema veloce ideato dai due fratelli per vendere il cibo – le ricette, la catena di montaggio, l’ordine, la consumazione immediata del pasto, il cibo servito senza camerieri- questo aspirante imprenditore (di bassa lega…) riesce ad entrare nella società dei Mc Donald intuendo il potenziale economico di tale tipologia di vendita se effettuata nella forma del franchising, un concetto troppo lontano dalle menti due fratelli, ingenui e tendenti essenzialmente alla genuinità e alla qualità del prodotto. In una scena decisiva lo ascoltiamo mentre propone di attutire i costi di gestione delle varie filiali attraverso la sostituzione del naturale frappè con un prodotto in polvere industriale, ovviamente privo di latte… da qui la quantità e la serialità dei prodotti che prevarranno sul concetto di qualità dei McDonald, vittime, alle fine, di un impresario decisamente senza scrupoli, visionario e tenacemente dedito a creare per se stesso un imperituro successo.

Soli contro uno sciacallo ante litteram, ipocrita e disonesto, i fratelli perderanno la loro invenzione snaturata dalla cecità del successo ad ogni costo e da una fiducia, grave e principale errore, molto mal riposta

Quello che il regista fa subito trapelare dalla pellicola è la perseveranza della tenacia di Kroc che avrà la meglio sull’intuizione originaria dei due fratelli. Molto bravo nelle pubbliche relazioni, Kroc sarà anche molto abile nell’ individuare le giuste risorse umane: ingaggerà appositamente mariti e mogli per gestire e supervisionare le filiali ( forse perché insoddisfatto della propria moglie -Laura Dern- incapace di seguirlo, capirne le esigenze e verso cui avrà un trattamento insensibile …). Kroc è un uomo fisicamente e soprattutto mentalmente sempre in viaggio, tra impegni e cambi di programma improvvisi. Anche il film di Hancock e il volto di Michael Keaton sembrano perennemente in movimento: vistosamente segnato dalle rughe, è un volto le cui pieghe, astiose, della bocca sembrano improvvisamente urlare vendetta contro quello stesso sistema capitalistico che l’aveva fin allora considerato uomo di scarso successo, pessimo venditore di frullati, uno degli ultimi…

La pellicola di Hancock è però impressionante anche per la sua semplicità: offre allo spettatore una sceneggiatura ordinaria e molto consueta e la regia assume fin da subito una posizione neutrale, una messa in scena che non rischia e che si adatta a uno stile essenzialmente manualistico. Inizialmente può apparire solo come un irritante progetto agiografico, che si pone in modo poco rischioso con lo spettatore. In realtà ha un merito: ci lascia liberi di scegliere e di porci sulle questioni morali del mondo di Kroc e ha il buon senso di dire semplicemente le cose senza farci fare troppa confusione. Non è un film che vuole mettersi in mostra per vincere premi importanti, ma è ben realizzato.

E a noi però, che alle cosiddette “questioni morali” ogni tanto ci facciamo qualche pensierino, The Founder è apparso decisamente inquietante: ci ha infastidito Kroc, piano piano, perché le sue ombre, i suoi lati oscuri che prendono il sopravvento, alla fine consumano un riscatto sociale sulla pelle di altri (i due fratelli non potranno più utilizzare il loro nome, il marchio ormai gli è stato “rubato”). C’è uno stupendo Keaton, marcio, corrotto dentro e impeccabile fuori, che si esibisce molto bene: squallido e piccolo ladro di idee che alla fine tramuterà nel suo impero.

The Founder è un film che dopotutto, nonostante i rischi non intrapresi per una presa di posizione alla Michael Moore, riesce a mantenere alta l’attenzione e non deludere. Lo sguardo, le rughe, le “violenze” di Michael Keaton, le sue espressioni a tratti carnevalesche, ci fanno conoscere l’”antico”, consapevole e sfacciato lato oscuro che lo avvicina ad un Dorian Gray, corrotto dentro, splendente e impeccabile fuori. Rispetto al personaggio di Wilde, l’uomo dei frullati nasconde velatamente il suo ghigno satanico, ma poi lo ritroviamo quasi a ringhiare come un cane per che non è intenzionato a mollare l’osso.

Perché Ray Kroc è proprio orgoglioso di non essere un Henry Ford, ma solo un ladro di idee. Un gioco scolastico della regia di immedesimazione al quale non ci siamo affatto sottratti. Quale scelta quindi, un implacabile sciacallo o uno eccezionale imprenditore? Per noi, di sicuro, un grande Michael Keaton, protagonista assoluto, cuore perfido di questa storia e di questa pellicola.

Giada Infante