Rosso Istambul




Solo un motivo, uno, per andare a vedere Rosso Istambul, l’ultimo film di Ferzan Ozpetek: Ferzan Ozpetek. Ci basta lui. Ormai più romano che turco, per la precisione, dimorante nel quartiere Ostiense da quasi 30 anni…

Sarà che proviene da Istanbul, Bisanzio, Costantinopoli o come la si voglia nominare (una delle città che di più ci ha emozionato, bella, ma soprattutto misteriosa e contorta…), sarà che con i suoi film -questo è l’undicesimo- a partire da “Hamam- Il Bagno Turco”, ci ha fatto sempre commuovere (una commozione che non si ferma alle lacrime da fine film, una commozione che rimane dentro, con tutte le sue implicazioni razionali…), sarà che questa locandina ci ha immediatamente colpito “Niente è più importante dell’amore” (proprio vero, comunque e dovunque si manifesti, e per quanto ci riguarda, una nostra legge per stare bene…. ), sarà solo per questo, che non è poco, l’ultimo film di Ozpetek, nonostante tutto, ci ha preso….

Tratto dal libro scritto dallo stesso Ozpetek nel 2013, il film ha una precisa data di partenza: 13 maggio 2016 (data riportata all’inizio della pellicola), giorno in cui lo scrittore Orhan Sahin (Halit Ergenc) torna ad Istanbul per trovare ed aiutare un caro amico dopo 20 anni di assenza, giorno di inizio delle riprese del primo lungometraggio del regista nonché giorno dove la Turchia di Erdogan era ancora una Turchia “laica”…

Una notte Deniz (Nejat Isler), il suo amico-regista da aiutare nella conclusione di un libro, scompare misteriosamente, senza lasciare alcuna traccia di sé, e Orhan si ritroverà inaspettatamente e irrimediabilmente prigioniero della casa e delle relazioni, anche un po’ torbide, del suo ospite. Sopraffatto da sentimenti contrastanti, l’uomo vorrebbe fuggire e tornare al sicuro, alla sua base costante, ma un’ispettrice di polizia gli intima di restare. Per Orhan sarà l’occasione per affrontare i ricordi che credeva definitivamente sbiaditi e rivolgersi al passato con animo tormentato, si, ma tutto sommato curioso …

In Rosso Istanbul, quindi, come in altre opere di Ozpetek, si parla di “rientri alle basi” o di “scoperte delle basi”: con il suo ritorno in Turchia, lo scrittore Sahin, ormai improduttivo da tempo, si risveglierà dopo un lutto terribile che sembrava avergli fatto chiudere i ponti con una parte sopita di sé. Ritroverà nella sua città natale donne, luoghi, lingua, cibo, odori e tutto ciò che a Istanbul sa di turco e lo rimetterà sulla “strada”. Un piccolo peccato di Ozpetek: Istanbul, in questo film, non ce la fa vedere, non ce la fa “toccare”. Della Istanbul con “i canti osceni degli avvinazzati, di gente dallo sguardo pitturato e vuoto…” non c’è quasi nulla…
Al tessuto metropolitano, ha preferito un film di interni, di piani alti, con un bel palazzo sul Bosforo, in cui la città si osserva ad altezza drone e tramite ampie panoramiche. Per strada, in mezzo alle persone, come piace a noi, il film ci sta pochissimo. Strano e inaspettato. In genere Ozpetek è un regista che in carriera ha lavorato proprio sui luoghi e ha fatto della scenografia una delle sue armi più potenti, riuscendo ad ambientare quasi sempre le sue storie nei posti, nelle stanze o negli appartamenti scelti bene e ben ripresi nei particolari, ma qui non riesce a fare lo stesso con una città intera, la sua città. Imbruttita da ultramoderni grattacieli e tormentata dal rumore assordante della trivelle, Istanbul rimane però una città autentica e interiorizzata, con il rosso del titolo che si mescola dal blu del suo mare e al rosso calante dei suoi tramonti, nonché al rosso della bandiera turca…
E’ la Istanbul dei suoi ricordi, la città di chi torna a casa e non ha bisogno di rivedere monumenti o strade affollate, ma solo dettagli di vita quotidiana. Il rosso invade anche il personaggio protagonista, che senza volerlo, nella sua città natale andrà a perdersi e sarà divorato da Deniz stesso il quale, scomparendo, è come se lasciasse a Orhan il testimone della sua esistenza sospesa.

 

Orhan rimarrà coinvolto, quasi prigioniero della vita di Deniz, finendo perfino ad indagare sulla sua vita e ritrovando il coraggio di aprire cassetti e finestre chiuse da anni, per riaprirsi alle emozioni e alla vita. Critica che c’era da aspettarsi: Ozpetek, rimarrebbe ottusamente inerme di fronte alle tensioni e alle inquietudini che turbano il suo Paese, sarebbe cioè incapace di restituire, allo spettatore occidentale, il clima cupo che avvolge l’incerto presente turco. In questo senso, “Rosso Istanbul” non è certo un film politico. Però ricordiamoci, semplicemente, che Ozpetek non è , e non è mai stato, un regista dichiaratamente “ politico”.

Questa volta il suo cinema è cinema non del fare e del parlare, ma dell’ ascoltare e del guardare. Ma -attenzione – è un film dove la tensione c’è, fin dall’inizio, e non è la classica tensione Noir… Il suo protagonista – uomo sospeso, scrittore che deve correggere il romanzo di un regista diventato anch’egli scrittore!- sembra non agire, ma non è così: egli agirà, dopo il ritorno a Istanbul, nel rimescolarsi e nel sentirsi intrappolato addirittura in maniera possessiva nella vita degli altri protagonisti.

Lui “non fa”, “non dice”, si scambia la pelle con quella dell’altro, però al contempo si mette da parte, perdendosi nei legami e nella memoria delle persone che ha intorno. Non è un percorso statico il suo, anche perché molto espressivi sono i bellissimi occhi cerulei di Halit Ergenc e perché in “Rosso Istanbul” questa tensione serpeggia dall’inizio fino alla fine, complice la sparizione dell’altro protagonista . … e ad un certo punto, qualcosa si ingarbuglia.

Con la moltiplicazione di quelli che sono, secondo noi, tutti alter-ego di Ferzan Ozpetek, alcuni personaggi si perderanno, brillando per un attimo e poi offuscandosi. Qualcuno invece rimarrà soltanto in bilico. Ma questa sospensione, ne siamo certi, non è una pecca del regista: è voluta ed è in accordo con la sospensione di Orhan che sta ritrovando la sua identità perduta. Ozpetek rende la sua città metafora di un’umanità irrequieta, fatta di anime in fieri, quasi fantasmi in costruzione, anime fra cui ci piace pensare ci sia anche la sua. Uno, nessuno, centomila? Chissà…Un film che va ascoltato, quindi.

 


Giada Infante