Letizia Lusini, Il banco di Fortunella




Gli ambulanti svegliano il giorno. Coi loro furgoni attraversano strade sonnacchiose e paesi che riposano sotto un cielo che lentamente comincia a schiarire. Gli ambulanti conoscono i bar che tirano su presto al mattino la saracinesca e che sanno di caffè e di cornetti caldi. Parlano poco o non parlano affatto, sfogliano il giornale fresco d’inchiostro, sbadigliano e maledicono la levataccia. Poi, però, una volta giunti a destinazione e preso posto nella piazzola loro assegnata, ritrovano energie, passione, entusiasmo. I movimenti si fanno gesti, l’azione si trasforma in rito, sempre identico a se stesso, settimana dopo settimana, mese dopo mese. Tavoli e tendoni, scatoloni e cassettiere, merci e buste di plastica: tutto è pronto, tutto si offre alla vista degli acquirenti che tra breve cominceranno a invadere lo spazio tra un banco e l’altro. C’è anche questo, c’è anche tutto questo nel delicatissimo libro di Letizia Lusini intitolato “Il banco di Fortunella”. Ma c’è anche molto di più. C’è la dimensione comunitaria e sociale di una professione, quella dell’ambulante, che tanto somiglia alla condizione dell’uomo e al compito che questo è chiamato – sarebbe chiamato – a svolgere. La condizione, certo, dal momento che possiamo pensarci come viaggiatori (con una mappa in mano, con una meta) o come viandanti (ciò che conta è procedere, non arrivare in un luogo prefissato), ma in ogni caso siamo creature chiamate ad affrontare un percorso, il percorso dell’esistenza. Il compito, poi, se è vero che noi “siamo un colloquio” – come ha scritto una volta il grande poeta tedesco Holderlin –, siamo strutturalmente disposti e aperti al confronto, all’ascolto, al dialogo. E il libro di Letizia Lusini è tramato da questi incontri, con colleghi, con clienti abituali, con persone viste magari una volta sola ma non certo per questo dimenticate in fretta. Incontri nei quali il colore della pelle e la lingua parlata non erigono muri, tutt’al più suscitano curiosità e domande, sullo sfondo di un angolo di mondo – Siena e le terre di Siena – che già costituisce un preannunzio di Paradiso. Il passo che segue è tratto dal racconto della prima fiera di Fortunella.

“Il primo mercato dove andò era, in realtà, una fiera: “Il Fierone di fine anno” a Rapolano Terme. Quella mattina – era la prima domenica di un dicembre che si prevedeva freddo e piovoso – si era svegliata alle sei e aveva guardato dalla finestra, era buio pesto. La Renault 4 con i vetri ghiacciati era piena di scatole delle banane con dentro biancheria di ogni tipo, scelta, piegata e qua e là anche stirata. Aveva comprato pure quattro tavoli di plastica e ora li vedeva legati sul portabagagli, gelati anche loro, pensò Luisa. Le sedici gambe dei tavoli erano invece tenute insieme da un cordino e per loro aveva trovato posto dietro i sedili. Aveva caricato tutto nel dopocena del sabato. Arrivò Maurizio, il suo compagno, che si era offerto di accompagnarla. Insieme, da qualche anno, facevano qualche mercatino di antiquariato con cose vecchie e inservibili recuperate in casa o regalate dagli amici. Avevano poi preso a frequentare le discariche intorno alla città dove trovavano oggetti impensabili, alcuni in così buono stato che non potevano lasciarli lì. Si divertivano lei e Maurizio a quei mercatini, il clima era disteso e festaiolo, avevano conosciuto altre persone che si erano improvvisate come loro in quel lavoro giocosa della domenica. Erano “in piazza” da quattro anni ormai e spesso durante le cene del sabato con gli amici si trovavano a raccontare aneddoti colorati e spassosi”.

Letizia Lusini, Il banco di Fortunella, Siena, Betti, 2017

Letizia Lusini, Il banco di Fortunella, Siena, Betti, 2017

 

a cura di Francesco Ricci

foto di Francesco Laezza