Le storie del manicomio: Bianca, la diva dimenticata




Cosciente di aver raccontato fino ad ora quasi solo storie maschili (su 12 storie, solo due sono di donne), nell’ultima visita all’Archivio ho indirizzato la mia ricerca verso la sezione femminile. L’ho fatto partendo dal registro delle qualifiche professionali censite all’atto del ricovero, che per inciso, è già di per sé una lettura interessante, visto le dizioni a volte fantasiose ed “antiche” che vi si trovano. L’impressione ricavata da quel registro è che chi raccoglieva, al primo impatto con il paziente, la qualifica professionale non facesse alcun filtro su quello che gli veniva detto, per cui magari qualche dizione poteva poi risultare esagerata, sbagliata o menzognera.

 

Tra le varie voci la mia attenzione è stata subito attirata dalla dizione “attrice cinematografica” che si riferiva ad una ricoverata negli anni Venti, forse ancora influenzato dal tentativo di ricercare, in quella enorme discarica di esclusi, i talenti artistici finiti lì per qualche strana ragione.

La storia che voglio raccontare è quella di Bianca Brogi che si definisce attrice cinematografica. Forse per le sensazioni dette prima ricavate dal registro, mi sono approcciato con qualche incredulità alla cartella di una che si dichiarava attrice cinematografica. Osservo la foto segnaletica e sono colpito da due fatti: una certa avvenenza che mi rassicura sulla possibilità che ci si trovi davvero davanti ad un’attrice, ma ancora di più il fatto che la persona ritratta tenga affettuosamente in braccio un gatto. Difficile pensare che la foto sia stata fatta in ospedale, forse la signora, come ogni brava attrice, aveva con sé una serie di foto da distribuire ai suoi ammiratori?

Così tra dubbi e successive conferme ha cominciato a snodarsi una storia complessa di cui sono riuscito imprevedibilmente a seguire le tracce a lungo, anche oltre il breve intermezzo psichiatrico.

Ma da lì (dal ricovero al San Niccolò), andando con ordine, devo partire.

Bianca Brogi viene trasferita al San Niccolò verso fine dicembre 1923 dal Santa Maria della Pietà di Roma dove era stata ricoverata a fine novembre per una sintomatologia maniacale con qualche spunto delirante. Nelle note che accompagnano il suo trasferimento a Siena i medici di Roma parlano di eccitamento, di una logorrea quasi ininterrotta, di umore “gaio”, specificano inoltre che non ci sono tendenze ad atti violenti o impulsivi ma che è da tempo insonne. Traducendo, nulla di particolarmente grave, una sintomatologia da “studiare” con un periodo di osservazione, ma, visto che la sua residenza e la sua famiglia sono a Siena, dopo meno di un mese, viene trasferita al San Niccolò. Si viene anche a sapere che la signora si è sposata a Roma e che il suo malessere è di poco posteriore al matrimonio. Il marito che si chiama Bruno Moscati fa il viaggiatore di commercio, appartiene ad una famiglia ebrea di Modena ma da tempo abita a Roma.

In quel novembre (il 12 per l’esattezza) il Moscati ha fatto istanza, presso il Tribunale di Roma, di separazione dalla moglie, sposata solo qualche mese prima. Viene fissata l’udienza per il 12 dicembre, ma Bianca in quei giorni si trova ricoverata ancora a Roma e quindi tutto viene rimandato a fine gennaio. Viene da pensare che esista non solo un semplice nesso temporale tra la richiesta di separazione fatta dal marito e l’inizio della sintomatologia di eccitamento di Bianca che poi esita nel ricovero.

Al suo arrivo a Siena viene accolta da un medico che sbrigativamente raccoglie qualche notizia. Ma, forse per quell’ora “bruciata” (sono le 13 e 30) che ha probabilmente interrotto il suo pranzo, scrive male, ci sono delle cancellazioni e il testo è solo parzialmente comprensibile. Vi si legge che, mestruata a 14 anni e con un precoce sviluppo dell’istinto sessuale, è fuggita a 17 dalla casa paterna dandosi al teatro ed alla vita libera, fino a che cinque mesi prima (quindi nel luglio ’23) si è coniugata. Si dice che ha contratto la sifilide ma che è stata curata con la malarioterapia, in gran voga in quegli anni, forse c’è abuso di alcol ed altri tossici. Il suo carattere è definito come leggero, strano, ma non ancora del tutto “depravato” in rapporto alla vita condotta in quegli ambienti. Riferisce che già dopo due mesi di matrimonio ha iniziato ad avere allucinazioni di tipo olfattivo e poi deliri di persecuzione.

Da queste note più che altro emerge il giudizio che il medico ha di certi ambienti “depravati”, come li chiama lui. Le sue note ci inducono a pensare di trovarsi di fronte ad una specie di prostituta o giù di lì e certo il povero marito, appena si è reso conto di chi ha sposato, vuole darsela a gambe. Anche la madre viene, in quelle prime note, descritta come dotata di discutibile moralità, contribuendo così a completare un quadro leggermente misogino.

Durante la prima vera visita la paziente riferisce senso di soffocamento, presenza allucinosica di odori cattivi, voci che minacciano di cavarle gli occhi. La costituzione psichica è conformata – scrive il medico – in modo speciale, adatto alla vita libera di un’artista da cafè chantant (sic!), vita che ha condotto fino a pochi mesi fa quando si è sposata. Il medico parla di fatuità, frivolezza, superficialità del raziocinio e della critica, facile emotività. Tutte caratteristiche che la rendono, secondo lui, una bimba capricciosa e leggera, insieme a tutte le “voglienze”, a tutti i piccoli puntigli, ad una ostinata attitudine a non volere mai occuparsi di alcunché.

il teatro interno all’ospedale psichiatrico

Anche nel corso del ricovero il diario clinico riporta spesso espressioni simili: frivolezza, tendenza all’ozio. Dopo qualche settimana però, qualcosa cambia. Intanto spariscono i sintomi ed il medico registra che: “in fondo però ha carattere ottimo e rivela buon cuore…. Si adatta facilmente alla vita manicomiale e sa farsi ben volere.” Di nuovo sente in dovere di registrare la sua spiccata sessualità ma alla fine (siamo al venti di gennaio 1924) viene dimessa secondo la dizione voluta dall’articolo 66 “migliorata ma non guarita” ed affidata alla responsabilità della madre che firma per portarsela a casa, potendo esibire una dichiarazione favorevole a questo passo del marito che nel frattempo è venuto a trovarla ed ha dimostrato interessamento per lei.

È attraverso quel modulo che si viene a sapere che la madre di Bianca, rimasta vedova del padre di lei, si è successivamente risposata con un tale Bianchi. Bisognerebbe verificare i tempi, ma si potrebbe pensare che la fuga di Bianca da casa verso i diciassette anni, sia coincisa con l’arrivo, a lei sgradito, del patrigno.

Tornando al ricovero la mia sensazione è che il malessere sia stato reattivo alla notizia della separazione richiesta dal marito e che alla fine abbia avuto la funzione di manovra difensiva. Calcisticamente Bianca si salva in corner e così, senza dover necessariamente pensare ad una manovra studiata a tavolino, riesce a dilazionare nel tempo l’udienza di separazione che infatti viene spostata al 30 gennaio del ‘24.  La dimissione invece è, come detto, del 20 gennaio.

A questo punto nulla più possiamo evincere dalla cartella che si chiude senza mai più aprirsi e la storia di Bianca, come un fiume carsico, si inabissa senza che di lei si sappia più nulla. Ma i fiumi di quel tipo ad un certo punto tornano alla luce ed infatti Bianca Moscati Brogi riappare a Roma nel 1950 quando pubblica una breve raccolta di poesie. Da questa pubblicazione si capisce quasi tutto degli oltre vent’anni che ci siamo persi.

Prima vorrei soffermarmi sulla copertina del libro (che sono riuscito a reperire).

Il titolo è Fiori di Mandorlo, scritto in rosso in alto a sinistra di traverso, poi più sobriamente riporta: POESIE di BIANCA MOSCATI BROGI. Un po’ sotto, la scritta “La Diva” sovrasta una foto in cui appare vestita (si direbbe) da sposa, di traverso accanto alla foto quello che potrebbe essere stato il suo nome d’arte: Blanchette Brogy, in cui la francesizzazione del nome e la Y finale apposta al cognome danno un tono esotico.

Ben più notevole dal punto di vista delle notizie risulta la dedica del piccolo libro (un 15 per 22 di neppure 80 pagine edito dallo Stabilimento Tipo Litografico V. Ferri – Via delle Coppelle 16-a) che così recita:

 


Alla sacra memoria del mio adorato

padre, e dell’amatissima mamma; che

perì vittima rassegnata di barbaro in-

vestimento; ed alla straziante perdita

del mio diletto consorte Cav. Moscati

Bruno trucidato dai tedeschi nel campo

del terrore di Auschwitz il dieci agosto

1944; dedico queste mie poesie, create

dalla mia fantasia e figlie della mia sof-

ferenza; sperando che riusciranno gra-

dite a tutti quelli che avranno la bontà

di leggerle.

BIANCA MOSCATI BROGI

Roma, 20 febbraio 1950


 

In poche righe apprendiamo la sacra memoria del padre, la morte per incidente della madre, la morte in campo di concentramento del marito, dal quale quindi non si è separata. Le poesie sono definite figlie della sua sofferenza ed anche se l’esperienza psichiatrica non è mai accennata esplicitamente forse va annoverata in quella sofferenza.

I componimenti di questo primo libro portano quasi tutte date degli anni Quaranta. Le poesie sono di vario contenuto e di una struttura tradizionale con rime a volte alternate a volte baciate, abbastanza rispettose della metrica. La qualità, a mio avviso, non è eccelsa ma non sono un critico il cui parere conti qualcosa. Però ce n’è almeno una di cui vi riporto alcune strofe che ci permettono di avere notizie su come lei giudica sé stessa e la sua vita. Eccole qua:

da “Ricordi di fanciulla”

(Alla memoria della mia cara amica Annina Danielli-Magi spentasi a soli trent’anni)

 

strofe da 18 a 22

 


Io lunge assai da Siena

passai la giovinezza,

ora l’autunno viene

già sfuma la bellezza.

 

Nei teatri italiani

sparsi lieta il mio canto,

raccolti omaggi e fiori

libai quel dolce incanto.

Del lauro glorioso

cinsi le bionde chiome,

e la folla plaudente

ognor gridò il mio nome.

 

Gioie, follie, dolori,

nozze, lutti, provai

e senza figlio alcuno

sola poi mi trovai

 

Sola, triste e silente

in questa Roma eterna

passo le mie giornate

come fossi in Alvernia

 

Ad onor del vero va detto che della carriera “artistica” di Bianca non sono riuscito a trovare traccia, ma in quegli anni probabilmente solo le protagoniste più note riuscivano ad avere riscontri nelle cronache, oppure la mia ricerca non è stata sufficiente.

Un’altra interessante notizia ce l’abbiamo dalla poesia intitolata “Inferme” scritta nel gennaio 1944, in una nota esplicativa che ci racconta la morte della madre: Nota dell’Autrice. – Detta poesia è stata composta il 19 gennaio 1944 a Roma ed il 20 gennaio del 1944 moriva realmente a Siena la povera mia mamma, vittima d’incidente automobilistico avvenuto un dì d’aprile, il Sabato Santo dell’anno 1941 per mano dell’autista Elio Cini.

La sua produzione letteraria non si ferma qui e nel decennio degli anni Cinquanta pubblica altre due raccolte di poesie: nel 1951 “Corolle sparse: liriche” e nel 1956 “Il mondo, la storia e la clessidra: liriche”, che però, almeno per ora, non sono riuscito a procurarmi.

 

Si trovano riscontri, nei registri della Shoah, della morte in campo di concentramento di Bruno Moscati, che pur dichiarandosi di religione cattolica, evidentemente non riuscì ad evitare la deportazione. Rimane solo una piccola divergenza tra ciò che dice Bianca e quello che dicono i registri sulla data della morte (Bianca parla del 10 agosto 1944, i registri del 6 dello stesso mese) ma non cambia nulla nella sostanza.

Non pensiate che la vita di questa sconosciuta diva non abbia più nulla da dire perché un’ultima traccia arriva quasi fino ai giorni nostri. Infatti nel 1989 la “Lega nazionale per la difesa del cane” viene autorizzata dal Ministero della Sanità ad accettare un legato consistente nella proprietà di un podere vicino a Zagarolo del valore di circa 60 milioni. Disposto, come si sarà capito, dalla signora Bianca Brogi vedova Moscati che è morta circa dieci anni prima, nel dicembre del 1979.

Una vita lunga, piena di eventi e cose, in cui la parentesi psichiatrica è stata davvero solo una parentesi, chiusa in breve tempo da parte di questa donna forte e coraggiosa che fin da giovanissima ha scelto di vivere sempre “a modo suo”.

Andrea Friscelli