La notte in cui crollò la torre




Siena News ha sostenuto in prima linea la raccolta firme “Salviamo il Conolly” organizzata dall’omonimo comitato per partecipare al censimento dei Luoghi del Cuore, del Fai. Abbiamo pubblicato diversi articoli finalizzati a raccontare la storia e il significato del Conolly, luci e ombre dell’ospedale psichiatrico di Siena. Abbiamo parlato del manicomio grazie ai professionisti che ci hanno lavorato, in primis Andrea Friscelli. Aspettando febbraio – quando arriveranno i risultati del Fai – vogliamo dare voce ad altre storie, scritte dallo stesso Friscelli, che in qualche modo si legano al Conolly (le ritrovate anche sull’omonimo blog del comitato). A partire da oggi, ogni domenica alle 12, Siena News pubblicherà un racconto o una puntata. Cominciamo con ‘La notte in cui crollò la Torre’, una sorta di fiction attraverso la quale si raccontano le mutazioni a cui il sociale in genere, e quello che si occupa di psichiatria in particolare, sta andando incontro in questo periodo di crisi.  Il tentativo dell’autore è quello di dare un piccolo spaccato di come si sia sviluppata ai giorni nostri quella parte di assistenza psichiatrica che si interessa di reinserimento lavorativo e che si è sviluppata soprattutto attraverso la cooperazione sociale. Questo movimento, molto presente anche a Siena, e che ha alle spalle diversi decenni di storia, sta vivendo adesso un momento critico e rischia attualmente di subire mutazioni importanti se non addirittura di finire. È naturalmente una storia inventata, almeno nei personaggi e nei fatti raccontati ma molto verosimile. È invece ambientata in luoghi conosciuti e familiari per molti di noi: la valle di Porta Giustizia. E una storia che cerca anche di mescolare le vicende di fantasia con la crisi generale di questi anni e con la crisi di Siena in particolare, raccontata in un modo metaforico e surreale. Un thriller velato.

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Affacciandosi al muro che delimita verso sud Piazza del Mercato si ha una ottima prospettiva su una delle valli verdi che caratterizzano il tessuto urbanistico di Siena. Questa che si chiama di Porta Giustizia è forse quella che più di altre s’insinua profondamente nella città murata, basti pensare che la Piazza dista solo pochi passi da quella campagna e da lì si può ammirare una insolita prospettiva della Torre e del Palazzo.
La vista che si ha dalla balaustra di Piazza del Mercato abbraccia, insieme al vallone verde, varie costruzioni che la contornano: sulla sinistra, in alto, l’imponente ed elegante basilica dei Servi, poi vari edifici di quello che fu l’ospedale psichiatrico San Niccolò, più lontano la massiccia sagoma della villa “Il Pavone”, attualmente residenza per anziani. A destra invece la prospettiva coglie l’oratorio di San Giuseppe, una serie di edifici privati e poi la costa ripida che risale verso via di Fontanella. Nel mezzo invece, dirigendo lo sguardo a sud, l’orizzonte diventa più ampio e coincide, nelle giornate di buona visibilità, con il profilo del monte Amiata che rimane sullo sfondo della vallata che scoscesa all’inizio, diventa invece piana e dolce più avanti.
L’intera valle è percorsa da una strada dal profilo rettilineo che ne segue naturalmente l’orografia, dapprima ripida e poi pianeggiante. Si giunge al suo inizio o scendendo le scalette che costeggiano i vecchi lavatoi, ormai in disuso, o camminando appena più a lungo su via del Sole che dopo pochi metri ne incontra sulla destra, l’inizio. Via di Porta Giustizia, questo il suo nome, è come divisa in due, la prima parte conserva ancora qualche traccia di una strada di città. Qualche tempo fa, prima che un certo degrado si affermasse nelle strade di Siena, era pavimentata da mattoni “a coltello” per via della forte pendenza, lastricata in altro modo, infatti, sarebbe stata scivolosa e pericolosa. È circondata sul lato sinistro da modesti edifici popolari ed anche sul destro ci sono case private.

 

Più oltre diventa invece una vera e propria strada di campagna, circondata da piccoli appezzamenti privati di orto su entrambi i lati. Poi quando spiana, una volta raggiunto il fondo valle, la prospettiva si apre su ampi prati sulla sinistra, frutteti sulla destra e camminando ancora si cominciano a intravedere le mura medioevali della città. Il cambiamento che avviene nella strada da cittadina a campestre è segnato da un arco di foggia ottocentesca, chiuso da un cancello verde, varcando il quale si ha l’impressione di cambiare appunto il paesaggio. Questo cancello, in anni ormai passati, segnava l’inizio del territorio dell’ospedale psichiatrico ed era per questo sempre chiuso, contribuendo a creare fantasie e turbamenti terrorizzanti su cosa potesse esserci dietro e quasi nessuno (a parte il personale dell’ospedale e pochi altri) l’ha attraversato per un lungo periodo, almeno per i primi ottanta anni del Novecento.
Dopo che, circa trenta anni fa, si è impiantata in quella zona l’attività di una cooperativa sociale, di quelle che fanno inserimento al lavoro per persone con problemi di varia qualità e misura, il cancello è sempre aperto e piano piano la popolazione dei senesi ha preso l’abitudine di andarvi a passeggiare, di rilassarsi al sole in uno dei posti più tranquilli, sicuri e “speciali” che Siena possiede.

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Al momento in cui si svolge la nostra storia la cooperativa sta vivendo una fase legata alla crisi generalizzata dell’economia globale e di quella senese in particolare, per questo i dipendenti sono in numero minore rispetto a qualche anno prima. Sono una trentina circa e nel corso del racconto avremo modo di conoscerne meglio alcuni.
In questo luogo si svolge la storia che voglio raccontare, il posto è ormai conosciuto a Siena come l’Orto de’ Pecci. I fatti e i personaggi invece sono una creazione di fantasia, anche se sono verosimili e certamente un po’ ispirati alla reale vita della cooperativa sociale che opera all’Orto.

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La nostra vicenda comincia un lunedì di marzo, una bella giornata d’incipiente primavera, in cui il verde della campagna comincia a diventare di nuovo brillante.
Se fossimo in un film, dopo l’iniziale campo largo, lento e descrittivo, adesso l’inquadratura stringerebbe sulla strada e su una ragazza che la sta percorrendo con un passo deciso. È una bella ragazza bruna con occhi scuri, capelli neri e una carnagione così olivastra che spesso la fa scambiare per una mediorientale. In realtà è invece una senese puro sangue, fra i trenta e i quaranta, si chiama Mimma e lavora ormai da qualche anno in cooperativa. È lei spesso al mattino tra le prime ad arrivare e viene sempre a piedi, abitando molto vicino all’orto. Il suo ruolo in cooperativa è un po’ di tuttofare: si occupa del ristorante, degli orari dei dipendenti, dei contatti con l’esterno che le varie attività della cooperativa rendono necessari, per questo passa diverso tempo al telefono. Da sempre interessata e motivata verso il lavoro sociale l’ha sperimentato in varie declinazioni: diversi anni fa è stata all’estero per un lungo periodo come cooperante nei paesi in via di sviluppo, poi si è sposata ed ha scelto di riavvicinarsi a Siena. Con il marito però è andata male, il matrimonio è fallito nel giro di due anni e mezzo e poco dopo ha perso anche il lavoro. Durante il matrimonio, infatti, aveva trovato un posto di commessa presso una boutique del centro, poi del tutto imprevisto era arrivato il licenziamento, lasciandola con la sensazione di dover ripensare tutta la vita da capo. Dopo il suo periodo di profit e il tentativo di uniformarsi alla vita senese (contrada – palazzetto – qualche volta il Rastrello – ecc.) era così tornata al primo amore. In sostanza aveva fatto una delle sue solite decise inversioni a U, tornando sui suoi passi e dopo essersi guardata intorno aveva scelto di collaborare con quel gruppo di lavoro ormai consolidato che si era aggregato intorno alla figura di Alfredo, uno dei fondatori della cooperativa.
Mimma è una ragazza ottimista e piena di energia ed anche stamani vedendola camminare trasferisce l’idea di forza e di voglia di fare. Forse lo spettacolo di quel mattino contribuisce a farla sentire così. Negli ultimi tempi però anche dentro di lei si agita qualche motivo di preoccupazione che ha a che fare con il momento di crisi generale che ha colpito Siena e le sue istituzioni. Come la risacca di un’onda che continua a correre anche quando pare essersi fermata, la crisi è arrivata anche in cooperativa e mette a rischio la situazione dei posti di lavoro. Su questo specifico aspetto nel suo ottimismo è come se ci fosse una falla, una sorta di sensibilizzazione, avvenuta per gli episodi precedenti, che la rende fragile e ansiosa. Il ricordo del licenziamento imprevisto è ancora una ferita aperta quasi più della separazione dal suo compagno e così teme che la cosa si possa ripetere.
Non perché non sia brava in quello che fa o non si impegni a sufficienza, tutte cose che a volte non contano, ormai lo sa, ma per il fatto che è l’ultima arrivata e se qualcuno dovesse “partire” forse toccherebbe proprio a lei. Perciò a volte le capita di rimuginare pensieri ansiosi: le cose vanno male, il lavoro per tutti diminuisce ed anche in cooperativa capita lo stesso.
Perderò anche questo lavoro – si dice – e così mi ritroverò in difficoltà ancora una volta con i conti da pagare, l’affitto e tutto il resto.
Ma in quella mattinata questi pensieri sono in disparte in un angolo della mente, affascinata dalla natura circostante.
Finita la discesa, lì dove la strada spiana e la vista si allarga all’intera valle, ai prati, agli animali che pascolano, incontra Gemma che ha cominciato il suo giro di pulizie, prima ai bagni, poi al reparto pizzeria, proprio come lei le ha insegnato a fare. La saluta con un “ciao Gemma” un po’ strascicato e ottiene in cambio un cenno della testa limitato ma tranquillo. Nel prato invece Mamadou e Simone ronzano già con i loro aggeggi per falciare l’erba e avendo le cuffie in testa non sentono il suo saluto. Non le importa molto, non ha simpatia per quei due che spesso non rispettano gli orari e sembrano non avere presente il rischio che la cooperativa sta correndo. Con Mamadou poi ha avuto qualche scontro che prima l’ha messa in difficoltà e poi l’ha convinta che quel nero, ormai anzianotto, ce l’ha con lei e non rispetta per nulla il suo ruolo forse proprio perché è una donna giovane.
Il fatto di conoscere la sua vicenda di vita in bilico tra sfortuna e incapacità, non cambia per nulla il suo rapporto con lui.
Da quello – ne è convinta – c’è solo da temere che combini qualche guaio.

 

Pochi se ne erano accorti.
Tra questi certamente non c’erano i turisti che guardavano la torre con occhi ammaliati e rimanevano abbagliati da quella bellezza.
Solo qualche vecchio senese aveva espresso preoccupazioni per lo stato di salute del simbolo cittadino, ma nessuno aveva dato credito alle loro voci, anzi erano stati trattati come i soliti disfattisti.
Andrea Friscelli

Andrea Friscelli è nato a Siena, dove ha studiato al Liceo Piccolomini e si è poi laureato in Medicina nel 1974. Specializzato in Psichiatria, ha lavorato nel servizio pubblico fino al 2001, quando si è dimesso per seguire a tempo pieno le vicende della cooperativa La Proposta che ha contribuito, insieme ad altri, a creare. Ha pubblicato presso l’edizioni Il Leccio “Di Stoffa Buona” (novembre 2011) e “Nella cruna di un ago” (dicembre 2012).Presso Betti Editrice invece ha pubblicato “L’orto de’ Pecci e le sue storie” (settembre 2014) e “Lo splendore nell’erba, la gloria nel fiore” (dicembre 2015)