I numeri, l’Italia e Malabrocca

ubae

Maglia nera. Questa l’espressione che più di ogni altra sentiamo associare all’Italia quando escono le statistiche, i numeri e le previsioni riguardanti lo stato di salute dei paesi della comunità europea, il debito, l’occupazione e gli indice di crescita.
E in periodo di giro d’Italia fa ancor più male, prestandosi a sfottò e prese in giro, soprattutto da parte dei simpatici transalpini.
Certo è che non possiamo stare per niente tranquilli: le stime della commissione europea ci dicono che la crescita è modesta e che l’outlook sulla nostra situazione non è dei migliori. Stabile. Come i famosi ammalati cronici che, in quanto tali, sono purtroppo destinati alla fine.

La reprimenda, sotto certi aspetti, di Bruxelles, pur con l’eleganza che sottende i toni politichesi della comunità, in realtà è una mannaia: il deficit peggiora per rapporto al prodotto interno lordo e di conseguenza il debito si assesta a 133 contro 100.
La massaia, la mia vicina di casa per esempio, direbbe che abbiamo 133,1 euro di esposizione ogni 100 di ricchezza che produciamo ogni anno: la politica parla meno chiaro e ci dice che nonostante tutto stiamo ancora tenendo.
Un po’ ambigua come posizione perché tenere, in questo senso, vuol dire come minimo aumentare giorno dopo giorno la voragine di debiti (e di problemi) che ci affligge.
Anche perché tutti questi debiti ci obbligano, sempre con la parola della massaia, a rinnovare ogni giorno un miliardo di titoli in mano ai creditori della Repubblica, di buttare via in interessi da pagare ai nostri creditori cinque punti di PIL lordo ogni dodici mesi, conto che viene reso meno traumatico dalle ultime politiche monetarie della BCE sui titoli di Stato.
E allora questa tenuta non riesco, io, ad intravederla ipotizzando per l’Italia una procedura simile al fallimento: almeno che il nostro atteggiamento non sia quello che aveva Malabrocca ai giri d’Italia, dove, per mantenere l’ambìta maglia nera, quella che spetta di diritto all’ultimo in classifica, si fermava persino a mangiare ed a bere in bar ed osterie.


Ma questa è un’altra storia che, spero, non vivremo fino in fondo.
Viva (e sempre viva) l’Italia

Luigi Borri