Lo strillone di piazza del Monte e altri racconti antifascisti senesi




Ci sono parole che col tempo vedono allargare il proprio ambito d’uso. Prendiamo, ad esempio, il sostantivo “Romanticismo” e l’aggettivo “romantico”. Inizialmente furono impiegati in riferimento al vasto movimento letterario, artistico e culturale che sorse in Germania e in Inghilterra sullo scorcio del XVIII secolo. Nel corso dei decenni, però, assunse rilievo l’accezione metastorica del termine, al punto che ancora oggi si impiegano comunemente espressioni come “amore romantico”, “passeggiata romantica”, “vacanza romantica”.

Lo stesso è accaduto con “Fascismo” e con “fascista”, che continuano a venire impiegati anche al di fuori del contesto originario – il cosiddetto Ventennio – per indicare una mentalità e una condotta che hanno nello spirito di sopraffazione, nel disconoscimento dei diritti altrui, nella violenza, i loro tratti costitutivi. Ma sapere non sempre basta, non sempre è sufficiente.

Può consentire di superare brillantemente un esame universitario di Storia moderna, può essere d’aiuto nel seguire la conversazione degli ospiti che siedono al tuo stesso tavolo, può consentirti di seguire tuo figlio nel fare i compiti assegnati. Eppure sapere non basta, sapere non è sufficiente.  Almeno quando si ha a che fare con movimenti politici come il Fascismo, e con atteggiamenti, che della natura reale di suddetti movimenti esprimono aspetti rilevanti. In questi casi è necessario che alla conoscenza si accompagni la memoria. Non già, però, una memoria astratta, fredda, distante, fatta di date e di ricorrenze, che pure hanno la loro importanza, bensì una memoria concreta, che recupera e allinea operai, contadini, madri, strade note, esercizi commerciali frequentati, angoli cittadini familiari, destini individuali, storie comuni.

Perché non c’è mai un uomo pestato, arrestato, incarcerato – l’idea di Uomo lasciamola a Platone o a Hegel –; c’è Aldo pestato, arrestato, incarcerato, c’è Bruno, c’è Amedeo, c’è Luigi, c’è Alessandro, ci sono uomini concreti, fatti di carne, sangue e respiro, che hanno patito realmente – di notte in alcune celle e in alcuni cimiteri si odono ancora le loro urla – la violenza fascista, l’arroganza fascista. Ancora più meritevole appare allora l’iniziativa di Luca Betti (suo è il passo che segue), che ha riunito in un solo volume nove racconti (di Bardotti, Benucci, Berti, Burroni, Cotoloni, Friscelli, Micheli, Polci, Pratesi) dedicati a illustrare quale furono le prime conseguenze per la città di Siena, per il tessuto sociale di Siena, dell’affermarsi del Fascismo.

“4 marzo 1921. In via Pianigiani, dove adesso ha sede il Consorzio Agrario Provinciale, allora sede della Casa del Popolo, crepitano le armi. I fascisti senesi avevano dato vita a una manifestazione di protesta e, al canto di “Giovinezza, giovinezza” si dirigevano verso la sede in quel momento occupata dai lavoratori e con la complicità delle forze di polizia iniziavano un vero e proprio attacco: “alla sparatoria si univano addirittura due cannoncini da 65 mm”, scrive Vittorio Meoni nel suo libro “La casa del Popoli di Siena e ‘il dono della vergogna’. “Non abbiamo armi, ci sono diversi feriti, ci arrendiamo”. Questa la frase scritta dagli operai in un biglietto lanciato all’esterno. Il Segretario della del Lavoro, Giulio Cavina, fu percosso e bastonato dai fascisti e dai carabinieri. Alla resa seguì la devastazione e l’incendio: ai pompieri accorsi fu impedito di domare le fiamme e al mattino seguente tutto era distrutto. Ben 67 persone furono arrestate, imprigionate in un’unica stanza in Fortezza. Fra questi Amedeo Betti, mio nonno. Scomparso nell’ormai lontano 1942, quando mio padre Giancarlo aveva 9 anni, faceva lo “strillone” in piazza del Monte. Nulla si sa con certezza sulla detenzione di Amedeo. Il suo ruolo probabilmente era di secondo piano: un giovane – era uno dei ragazzi del ’99, decorato al pari di moltissimi coetanei per aver combattuto nella I Guerra Mondiale – che svolgeva un lavoro umile, vendendo i giornali come strillone proprio davanti alla Casa del Popolo. Un lavoro umile come quelli che avrebbe svolto in seguito, con moglie e 4 figli da mantenere, che lo aveva portato certamente a essere parte attiva nella lotta per la conquista dei lavoratori”.

 

AA.VV., Lo strillone di piazza del Monte e altri racconti antifascisti senesi, Siena, Betti 2017

 

a cura di Francesco Ricci