L’Italia, le banche e quella moderata sovranità prossima ventura




Fino a pochi mesi fa poteva esserci l’idea che l’Italia, benché attanagliata nella morsa dei diktat dell’unione europea, potesse ancora avere una propria e misurabile sovranità.

Ci si ripeteva che alla fine le elezioni avrebbero ridato slancio e vigore al nostro paese, creando riferimenti precisi e cambiando un modo di fare che, dalle istituzioni all’economia, presenta scricchiolii e traballamenti.

Lo si sperava. Appunto. Solo una speranza.

Il teatrino che ci si presenta, fatto di alleanze improbabili e di veti incrociati, di promesse non mantenibili e demagogia a go-go,  ci riporta come immagine e concretezza più indietro dei tempi della prima Repubblica, quando un governo durava lo spazio di una stagione e la stabilità era una semplice chimera.

Andava meglio quando andava peggio, allora. Si, ma con una piccola differenza. Che quarant’anni fa non c’era l’Europa, esisteva la liretta, l’economia tirava ed il miraggio italiano era visto (ed apprezzato) anche all’estero.

Oggi tutto questo non c’è più: alla Milano da bere si è sostituita la Merkel e invece delle svalutazioni competitive abbiamo l’euro con i propri parametri di bilancio.

Per questo motivo il nostro futuro, fatto di vincoli e formazioni, di regole e di legacci sarà abbastanza cupo.

Cupo come una sovranità limitata che, se non facciamo i bravi, ci verrà imposta.

E a quel punto non ci sarà più nemmeno bisogno di fare elezioni.

Viva l’Italia, con quello che ne rimane.

Luigi Borri