Se Pistoia non è così lontana. Da Siena.





Pistoia, non parlo di Firenze o di Bologna, non è lontana da Siena. Sali in macchina e in nemmeno novanta minuti ci sei. Eppure dal punto di vista culturale – di una cultura viva e rivolta a un pubblico vasto, non di una cultura ammuffita e antiquaria – Pistoia, non parlo di Firenze o di Bologna, è divenuta lontana. Una lontananza, la sua, che in realtà a me pare un essere avanti, molto più avanti, là dove la contemporaneità incontra le arti e le scienze a partire da quelli che sono i problemi, le paure, le speranze dell’uomo moderno. La conferma è offerta dal festival di antropologia, promosso dal Comune di Pistoia e giunto alla settima edizione, che ha visto confrontarsi e intervenire, poche settimane addietro, intorno al tema “L’umanità in gioco. Società, cultura, giochi”, Massimo Recalcati, Marco Aime, Eva Cantarella, Alessandro Piperno, Stefano Bartezzaghi, Dario Mastripieri, Anna Oliverio Ferraris, Pier Aldo Rovatti.

Dunque non una mostra, una delle tante che è possibile visitare in questo periodo in Italia e il cui allestimento è molto costoso (in ogni senso), da quella sul Manierismo a quella dedicata a Toulouse-Lautrec, da quella sul Simbolismo a quelle che vedono protagonisti Piero della Francesca, Joan Mirò, Cornelius Escher. Parlo di una serie di incontri in cui la parola viene data ad alcuni tra i più significativi, e meno accademici, esponenti dell’attuale panorama culturale italiano (scienziati, psicoanalisti, scrittori, antropologi, filosofi) all’interno di spazi che si trovano nel centro cittadino. A Siena questo non accade, a Pistoia, non parlo di Firenze, non parlo di Bologna, invece sì. D’altra parte credo che pochi sappiano che fino a due mesi fa l’assessore alla cultura della nostra città era Massimo Vedovelli e che al suo posto è poi subentrata Francesca Vannozzi. Il primo, che pure è un docente universitario preparato (oltre che essere stato un ottimo Rettore), non ha lasciato traccia, la seconda, non me ne voglia, mi pare avviata sulla stessa strada. Ora, non amassi Siena, potrei limitarmi a prenderne atto, sebbene con amarezza.

Dal momento, però, che mi sento profondamente legato a questa città, dove, elemento non da poco, sono nati anche i miei tre figli, la cosa non mi lascia indifferente e mi spinge a interrogarmi sulla ragione di questa mancata progettualità culturale, una progettualità capace di tradursi in iniziative di spessore e in grado di coinvolgere un pubblico eterogeneo per preparazione, età, estrazione sociale. Personalmente ritengo che Siena sia una città fortemente conservatrice. Ora, l’aggettivo “conservatore”, qui declinato al genere femminile, non possiede affatto una valenza negativa, come ci ricorda Pier Paolo Pasolini, che, partendo proprio da un profondo amore per la tradizione, è stato molto più corsaro ed eretico di tanta nostra intellighenzia di sinistra, salottiera e innamorata del potere.

Questo marcato conservatorismo discende in larga misura – e al tempo stesso si rivela – dal fatto che Siena è una città che a livello di governo non ha mai avuto un ricambio politico, sia quando è stata amministrata bene, sia quando è stata amministrata male. E se nel primo caso si capisce facilmente il perché (chi cambierebbe ciò che funziona?), più difficile è farlo nel secondo caso. Perché, infatti, non sostituire il comandante quando la nave – impiego un’abusata ma efficace metafora – ha smarrito la rotta o si sta dirigendo contro gli scogli? Sicuramente ciò è dipeso anche da alcune scelte sbagliate compiute, specie in passato, dall’opposizione consiliare, scelte che, a mio avviso, interessano in particolar modo l’atteggiamento tenuto nei confronti della maggioranza, improntato talvolta a una eccessiva “morbidezza”, che ha finito con l’alienarle la fiducia dell’elettorato. In parte, però, ciò dipende anche dalla (sapiente) creazione di in sistema politico (nel senso più ampio del termine) bloccato, impermeabile a ogni mutamento, ostile a ogni nuova immissione, contrario a ogni ricambio, incluso quello generazionale. E così accade che, da un lato, scorrendo l’elenco di chi organizza o presiede convegni e di chi lavora intorno ai progetti culturali cittadini, ci si imbatta sempre nei soliti nomi; dall’altro, che preponderante risulti lo spazio accordato a “ciò che è storico”, riprendendo la celebre proposizione nietzschiana contenuta nella seconda “Considerazione inattuale”, rispetto a “ciò che non è storico”, e che pure è necessario per la salute di un individuo come di una comunità.

Finisce, in sostanza, che si ragioni, si discetti, si relazioni intorno a ciò che è più vecchio della casa di Tiziano a Pieve di Cadore (per fortuna negli ultimi tempi le librerie cittadine sembrano avere imboccato una strada nuova) e che lo si faccia davanti a un pubblico convinto che la vita, coi suoi problemi, le sue sfide, i suoi tormenti, sia contenuta entro il perimetro di quella sala delle conferenze, quando, in realtà, essa, mutevole e inafferrabile, si trova proprio al di fuori e al di là di quelle pareti. Pistoia non può essere divenuta così lontana.

Francesco Ricci