L’altra faccia del Santa Maria della Scala




Il 4 luglio 1553 un’inchiesta scuote dalle fondamenta l’ospedale di Santa Maria della Scala.
La sifilide si sta diffondendo in maniera preoccupante tra il personale dell’ente e il vicario Scipione Venturi promuove così un’indagine interna che, con il passare dei giorni, porta alla luce retroscena sconcertanti: episodi di depravazione e corruzione che coinvolgono diverse persone in servizio presso l’istituto oltre a varie figure appartenenti all’amministrazione ospedaliera. Nelle pagine del processo che seguì, si elencano in modo dettagliato quali sono “per il mal vivere de’ ministri de lo spedale (i) peccati enormi” da essi commessi. Sorvolando su tutti coloro che venivano accusati di “defraudare la roba de lo spedale”, sia all’interno dell’istituto sia nelle grance, oppure di trattare male infermi e ammalati, è il numero di persone accusate di aver operato abusi verso i gittatelli a creare vera inquietudine.

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Nell’interrogatorio del 1553 appare chiaro che spesso le vittime erano proprio gli esposti che si trovavano a dover affrontare e subire forme di violenza e di sodomia.
Il primo personaggio del quale si analizza l’operato è frate (non in senso religioso, ma come “fratello” laico) Lorenzo di Noccio che “per molto tempo ha usato peccati dishonesti contra natura con più e diversi figli de lo spedale et precipue in la persona di Cornelio et di Pietrino”, in più, si aggiunge, è un “homo iracundo et maldicente”. Un certo Antonio, celliere ai granai alla metà del ‘500, oltre ad essere accusato di vari furti, viene trovato colpevole di aver voluto “cognoscere carnalmente ne le stanzie de’ granari una monna Domenica donna honestissima vedova et figlia di casa”, ma Domenica, gittatella, “come donna buona (…) contrariando al suo maligno apetito“, si era difesa. Poi è la volta di Giulio, maestro di scuola dei fanciulli, del quale si dice non essere “homo per insegnare nè lettere nè costumi a li fanciulli et che lui et homo vitioso di peccati dishonesti et contra natura (…) et in spetie mandò un figlio di casa in certe stanzie basse de lo spedale nominato Martino che dovesse servir a messa a uno che il nome si tace quel tale lo marrimisse con mano et li volse fare atti dishonesti e lui ha havuto nome sempre di commeter tali peccati”.

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La moralità e la disciplina del personale erano fondamentali per il buon funzionamento dell’ente e per questo motivo i controlli operati dalle autorità erano sempre stati costanti e rigidi. Alla metà del Quattrocento era stata addirittura istituita, su incarico del Capitano del Popolo, una commissione composta dal rettore, da sei cittadini e da due frati dell’ospedale, con facoltà di punire con piena autorità quei frati che avessero contravvenuto alle norme vigenti. Così, per non fare che un esempio, l’8 agosto del 1458 erano stati revocati tutti gli incarichi e si erano visti a lasciare l’abito sia frate Iacomo che frate Antonio da Roma: il primo era accusato di aver violentato una fanciulla di dieci anni nel chiostro dei frati di San Carlo, mentre il secondo era stato condannato per aver conosciuto “carnalmente et contra natura (un) fanciullo muto d’esso spedale et similmente altre fanciulle et (…) piccoli fanciulli”.
La preoccupazione sentita dai quadri dirigenziali dell’ente per la presenza di una profonda crisi morale e disciplinare della metà del ‘500 si innesta poi nelle tragiche vicende dell’assedio di Siena, con episodi gravi proprio nei confronti dei gittatelli: è della fine del 1554 la decisione delle autorità cittadine, stremate dai nemici sotto le mura e dalla mancanza di cibo, di mandare via dall’ospedale le bocche ritenute inutili, cioè gli esposti. Dopo la strage avvenuta appena fuori Siena, il vicario, che era ancora Scipione Venturi, si impose e fece in modo di riportare i fanciulli nell’istituto.

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E le problematiche proseguiranno anche dopo la caduta della repubblica. Nel 1556 proprio Scipione Venturi, divenuto rettore, sarà al centro di una bufera quando verrà accusato da alcune esposte che hanno subito violenza di essere il maggior responsabile dei tempi di insicurezza che sta affrontando chi vive nell’ospedale. Tuttavia, alcuni storici, visti i comportamenti avuti dal Venturi negli anni precedenti, hanno visto in queste accuse una manovra politica volta a discriminare una figura forte legata al passato potere cittadino.
Detto questo non ci dobbiamo scandalizzare né sorprendere se all’interno l’ospedale non era solo un’oasi di felicità e una macchina perfetta di assistenza. La forza con cui ha sempre reagito, anche con leggi statutarie e verifiche immediate, dimostra la serietà dell’istituzione e nulla toglie al grande operato svolto a Siena nel corso dei secoli.
Maura Martellucci
Roberto Cresti