17 luglio 1747: iniziano i lavori per la ristrutturazione della chiesa di Sant’Agostino dopo il grande incendio




Il 17 luglio 1747 iniziano i lavori per la ristrutturazione della chiesa di Sant’Agostino (costruita dai frati Eremiti Agostiniani tra il 1258 e la fine del Quattrocento) dopo che un rovinoso incendio, alcuni mesi prima, aveva provocato ingenti danni all’edificio religioso.

Il progetto viene affidato al celebre pittore e architetto Lodewijk van Wittel, al secolo Luigi Vanvitelli, che si avvale dell’opera dei capimastri Sebastiano e Giuseppe Minacci per dare una veste neoclassica all’interno, rifare il tetto e il campanile che erano crollati, ampliando anche la parte conventuale. I frati, pur di riportare la chiesa all’antico splendore, non badano a spese, tanto che alla fine il loro ammontare si attesterà sui 10.000 scudi.

I lavori terminano il 31 agosto 1755 quando viene riaperta al pubblico con una messa celebrata dall’Arcivescovo alla presenza delle autorità cittadine. I frati Eremitani restano nel complesso di Sant’Agostino fino alla soppressione degli ordini religiosi voluta dai francesi all’inizio dell’Ottocento e nel 1818 il Granduca Ferinando III delibera che l’ex convento venga destinato ad accogliere quello che sarà il Collegio Tolomei.

Diresse i lavori di trasformazione Agostino Fantastici autore del porticato a colonne che unisce la facciata della chiesa con il convento stesso. La chiesa di Sant’Agostino conserva al suo interno, oltre agli altari in marmo policromo eretti tra il XVI e il XVII secolo e agli affreschi di Francesco di Giorgio e Luca Signorelli, all’interno delle Cappelle Bichi, e quello di Ambrogio Lorenzetti raffigurante la Madonna in trono con il Bambino e i Santi nella Cappella Piccolomini, che risalgono all’impianto precedente l’incendio, molte opere di grande pregio come la “Crocifissione” del Perugino e le tele con il “Battesimo di Costantino”, il “Sant’Antonio tentato” e “l’Adorazione dei Magi”, rispettivamente riferibili a Francesco Vanni, Rutilio Manetti e al Sodoma.

di Maura Martellucci e Roberto Cresti