
mors tua vita …Pea
Non sono nato ieri. E neanche sotto una foglia dicavolo. Né porto l’anello al naso o la sveglia al collo. Non vengo da Marte e nemmeno mi piace questo mondo. Ma soprattutto non sopporto che misi voglia far fesso. Okappa, volete che Milano vinca lo scudetto perché dite che il nostro basket solo così potrà tornare in auge. Basta dunque con Siena e col suo impero ingombrante. Non la penso come voi, sia chiaro, anzi. (continua…)
di Claudio Pea

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Per questa o per quella ragione sono tante le persone che mi stanno qua. E non dico dove, anche perché non è poi così difficile immaginarlo. Ci pensavo giusto stamattina leggendo la Gazzetta sul tablet e sfogliando un giornale che ormai mi dà più ai nervi dei dieci milioni d’italiani che hanno votato Berlusconi e che ancora fanaticamente in silenzio lo sostengono. Il Bayern travolge il Barcellona e la Gazza che fa? Apre con Ibra e con la Juve che si fa in quattro per ricomprare lo Zingaro. Ora, a parte il fatto che le cose non stanno proprio così e che solo Raiola s’augura che ciò possa davvero accadere, non c’è paragone credo tra la notizia dei quattro papaveri che i bavaresi hanno fatto ingoiare a Messi e i quattro anni di contratto (da 28 milioni) che Mino e Zlatan vorrebbero far scucire agli Agnelli. O no? E allora, se siete per una volta d’accordo con me, dovete anche smetterla di dire che ho un caratteraccio e che è meglio evitarmi quando mi alzo dal letto, come oggi, con la luna storta e le palle in orbita. Anche perché, lo giuro su quello che ho più caro al mondo, e cioè in rapida successione i figli, i nipoti, la Signora e la Tigre, mi ero svegliato con il sorriso sulle labbra spalancando i balconi alla primavera e sorseggiando il caffelatte in terrazza. Nonostante i sette punti (sulla patente) che mi sono beccato domenica alla tre di notte rientrando da Torino dopo i tre conquistati (sul Milan) che valgono ormai il 31esimo scudetto. (continua…)

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di Claudio Pea
Francamente non ne potevo più di tutte queste partite in tivù al giovedì o al venerdì sera. Peggio della minestra di cavoli che mia madre mi proponeva anche a merenda perché diceva che faceva bene. A cosa? Lo devo ancora capire. Due palle, una pizza o, se preferite, che trippa! Ma finalmente l’agonia è finita o, almeno, non me lo ordina più il dottore di vedere l’Eurolega ogni settimana. Finalmente potrò andare anch’io al cinema o al teatro Bianchini. Sotto le coperte e sopra i cuscini. Come hanno fatto per tutto l’inverno i milanesi che hanno nel cuore l’Armani. Al Dante danno un film dal titolo stuzzicante: Bianca come il latte, rossa come il sangue. Non credo sia un porno, più probabilmente sarà un film dell’orrore. Come la serie A di basket italiana. Dove quattro delle prime sei perdono con quattro delle ultime sette: Varese con Montegranaro, Siena a Cremona, Cantù a Biella e Roma in casa. In più Sassari addirittura di trenta a Reggio Emilia. Dove Antonutti, Cinciarini e Cervi sono senza dubbio dei bravi fioi, ma solo pochi anni fa avrebbero scaldato la panchina meglio della stufetta di mia nonna in Scariola. O forse mi sbaglio?
E’ finita dopo Pasqua soprattutto la via crucis della Montepaschi che, più di me, non ne poteva delle Top 16 iniziate a Natale e del demenziale nuovo girone a 8 squadre con altre 14 partite da aggiungere alle 10 della prima fase. In tutto ventiquattro gare per promuovere otto squadre. Più la Supercoppa e le tre sfide delle finali di Coppa Italia. Fatte le debite somme, non credo che insomma ci voglia Archimede Pitagorico per capire che Siena ha giocato lo stesso numero di partite di Varese e Roma messe insieme. E il doppio per esempio di Venezia che pure ha un popò di squadra e costa al suo Paron Brugnaro più di quella di Messer Minucci. Senza contare che le trasferte in Eurolega non sono proprio dietro l’angolo di casa e men che meno fuori porta, visto che la scandalosa Milano e la fragile Cantù si sono presto risparmiate prima di Capodanno un’altra odissea su e giù per il vecchio continente. E comunque, a prescindere dalle impervie fatiche senesi, che solo la Gazzetta non ha ancora ben compreso, vi dico la verità: questa settimana ho potuto finalmente tirare un sospiro di sollievo perché, dopo mesi e mesi di torture con Victor Sanikidze in televisione, stasera e domani, come del resto Luca Banchi e i suoi giocatori, potrò fare quello che mi pare e piace.
Magari potrei spararmi in vena un Santoro su La7 o “Che Dio ci aiuti 2” su Raiuno. Oppure non perdermi la nuova tragicommedia di Claudio Sabatini a cui la Gazzetta ha dedicato una pagina intera non sapendo più cosa scrivere della Nba, specie ora che il Gallo e il Mago si sono rotti in due e Belinelli non fa più notizia se non quando non segna manco un punto in venti minuti. Povero Pianigiani. Non vorrei essere nei suoi panni. Non fosse altro perché grandi sono le attese di Giannino Petrucci e scarse le buone novelle che arrivano all’amato cittì dal campionato più mediocre degli ultimi cent’anni. A meno che non vi lasciate incantare dalla quasi tripla-doppia di Luca Vitali che sarà anche cambiato grazie a Caja, e non sarà neanche più il Superbone delle passate stagioni a Milano, Roma e Bologna, ma che ha firmato l’exploit di fronte ai fantasmi di una Montepaschi stanca-morta, con la lingua penzoloni e un solo sogno in cima ai suoi desideri: un bel letto a due piazze per dormirci dentro ventiquatt’ore filate. O forse sono io che di questi tempi vedo tutto nero senza alcuna sfumatura di grigio. Può darsi, però che Vitali sia diventato all’improvviso il deus ex macchina di una nazionale che, orfana di Gallinari, non è più forte della Grecia o della Turchia, è una libidine che sinceramente lascio ai santi imbonitori che devono vendere fumo per arrosto (e per sopravvivere) e non avranno mai l’onestà d’ammettere che non erano i sei scudetti della grande Siena contro tutti lo spettro della decadenza del basket italiano, ma lo sarà questo se lo vincerà la piscinina Milano contro nessuno. E con Don Gel fischiatissimo dux.

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Probabilmente me lo sono solo sognato, però non è proprio campato in aria che Simone Pianigiani prima o poi, presto o tardi, a giorni o a mesi, alleni l’Armani. (continua…)
di Claudio Pea

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Subito la news del giorno: è di nuovo primavera. Bene, anche se è piovuto sino a ieri e pioverà ancora. Pare anche a Pasqua. La seconda notizia è più bella ancora o, almeno, piacerà a quei quarantaquattro gatti in fila per sei col resto di due che si erano chiesti dove mai fossi finito. Tranquilli, ho la scorza dura e alle cannonate della Banda Osiris ho risposto con un paio di querele per diffamazione. Così ho dato anche un po’ di lavoro ai miei dieci avvocati di famiglia. Piuttosto ho la Tigre con la schiena a pezzi, seduta sul sofà e un bustino che dovrà fastidiosamente portare per dieci settimane. Ma anche questa passerà. Perché mi piace pensarla sempre alla De Gregori: se non sarà sereno si rasserenerà. O come disse Lucio a Licio: “Lascia l’ascia liscia sull’uscio”. Così con l’arrivo della primavera è finito anche il mio lungo letargo, ma se credete che nel frattempo mi sia infrattato sulla luna vi sbagliate di grosso. Al contrario, ho drizzato le antenne delle televisioni come non mai. E nulla mi è sfuggito. Nella mia tana in montagna tra la neve e le Tofane maestose. Dal ritorno di Giannino al basket che ha il sapore della minestra di ceci riscaldata alla sconfitta di Milano in casa con Cremona che è storia vera e non una cammellata di quel Portento dell’Orlando furioso col Grillo. (continua…)

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di Claudio Pea
Per giorni e giorni sono rimasto surgelato dall’intervista (via fax?) a pelle D’Urso che il Livido Proli ha rilasciato a Capodanno a Vincenzo Di Schiavi, giornalista della Gazzetta dello sport. E perché non a Chiabo o a Oriani o a Rebus Bartezzaghi? Ve lo spiegherò un’altra volta. Ora ho ben altra carne al fuoco. Impietrito e ghiacciato, battendo i denti e tremando come una foglia, ho provato ugualmente – dicevo – a scongelare e a decodificare il Proli-pensiero, ma se alla fine ci sono riuscito non devo stavolta dire grazie alla mia amatissima Tigre, che pure si è fatta in quattro per scaldarmi con un paio di coperte di Linus, un piumino del Sudtirolo e persino la boule leopardata d’ultimissima concezione, tre cognac col latte bollente e due caraffe di vin brulé, quanto la straordinaria performance della Montepaschi che da meno quattordici – mamma, che freddo! – ha rimontato e divorato il Khimki che è un’ottima squadra, allenata da quello stupendo giocatore che era Rimas Kurtinaitis, cecchino prima della nazionale sovietica, oro alle Olimpiadi di Seul nel 1988, e poi di quella lituana, bronzo a Barcellona ’92 e a Atlanta ’96. Kurtinaitis ha sempre esercitato un grande fascino su di me. Più ancora di Arvydas Sabonis. Forse perché una volta Arvydas lo dovemmo sollevare in tre, i due grossi massaggiatori dello Zalgiris e il sottoscritto, per farlo salire sul pullman che lo aspettava davanti al Palalido: era alto due metri e venti, pesava quasi un quintale e mezzo e nella notte milanese aveva tirato il collo ad almeno tre bottiglie di grappa che evidentemente deve essergli piaciuta addirittura più dell’inseparabile vodka.
Non so se Kurtinaitis sia anche un buon allenatore. Di sicuro, crescendo alla scuola di Pianigiani, ma più corretto sarebbe dire all’università di Messer Minucci, lo è diventato Luca Banchi da Grosseto, sfegatato tifoso come me della Signora in bianco e nero. Piaccia o non piaccia a Dan Peterson, che recentemente gli ha preferito Vitucci, Sacchetti e Bucchi. Lo so, questa l’ho già scritta, ma se per caso a qualcuno fosse sfuggita, è bene ripeterla perché mi sta proprio qua. Sul gozzo. E riuscirò a digerirla solo il giorno in cui Dindondan non ne farà pubblica ammenda. Sì, in diretta. Magari imbeccato da Niccolò – mi raccomando con due ci, altrimenti s’incazza – che, adesso che Cantù e Milano sono uscite dall’EuroLega, urla molto meno ed è di gran lunga il miglior telecronista di basket del Belpaese. E’ comunque un peccato che l’amico Trigari lavori in una emittente piccina piccina, più della casetta in Canada, ma, se pensate che la Rai se ne accorga e lo chiami a sé, dovete almeno sperare che i dinosauri di via Mazzini non abbiano più figli nullafacenti da sistemare nella tivù di Stato o altrove. Il che non avverrà mai e poi mai. Perché le madri dei raccomandati sono sempre incinta. A meno che il Cavaliere non diventi dal giorno alla notte comunista e anche lui mangi i bambini come fanno Vendola e non solo lui regolarmente a pranzo e qualche volta pure a cena.
Per par condicio, che a Vicenza si chiama “par conicio ma xè gatto”, ora dovrei occuparmi anche di Mediaset, dove la pallacanestro è trattata peggio delle freccette, di cui si stanno disputando i campionati del mondo e Eurosport li sta trasmettendo in diretta, ma prima devo ancora decodificare il Proli-pensiero e poi, già che ci sono con l’interpretazione dei testi criptati, ho da capire dove volesse arrivare l’indiscusso capo della Banda Osiris, Flavio Tranquillo, quando, a metà di Clippers-Lakers, se ne è uscito con questo testuale e delirante monologo: “La situazione è che lo staff tecnico dei Lakers o è in condizione di cambiare la situazione difensiva, il che è difficile per le caratteristiche degli individui, per l’essere arrivato in corsa (chi, forse D’Antoni?), per il poco tempo, per la pressione e altri dieci motivi, o cambia questo oppure non c’è possibilità di andare a disquisire se è meglio più post basso o meno post alto, un ritmo ics o un ritmo ipsilon: sono solo parole al vento…”. Tutto chiaro? Come no. E comunque Cicciobello non faceva prima a dire che i Lakers che difendono da cani, cioè peggio dell’Armani, o cacciano subito il suo Michelino o non vanno nemmeno ai playoff? E il presidente di Milano non faceva più presto a confessare che Orate Frates l’ha mandato via, d’accordo con Scariolo, perché – uno – non ha mai potuto sopportare la Banda Osiris. E due perché la Banda Osiris voleva fare la forca a Don Gel. O mi sbaglio? Non credo. E allora tutti insieme: resta con noi, magico Proooli. E chi non canta con noi, peste lo colga.

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di Claudio Pea
Me lo potrò mai perdonare? Non credo. A San Silvestro, saranno state le sei di sera, ho telefonato a Simone Pianigiani per gli auguri. Tra noi un ottimo rapporto: più di un giornalaio con un allenatore. Amici? Quasi. Com’era con D’Antoni prima che Michelino frequentasse brutte compagnie e diventasse come loro: falso e borioso. Che fai stasera? “Mi guardo la partita in video”. Nessun cenone di fine anno, forse una pizza, al massimo un brindisi frettoloso a mezzanotte con il braccio destro, l’Uomo Dalmonte. Un buon libro prima di dormire poche ore. Niente di nuovo, nulla di speciale: non stento a credergli. Domani arriva il figlio che è rimasto a studiare a Siena. Venerdì sbarcheranno sul parquet di Istanbul i campioni d’Italia che Simone farà fatica a riconoscere dalla squadra che con lui ha vinto a mani basse il sesto scudetto di fila. Sono rimasti solo Moss, Carraretto e Ress. Mentre lui al Fenerbahce si è portato appresso quello che era il meglio della Montepaschi: McCalebb e Andersen. E si è ripreso l’angelo nero dei Masai: Romain Sato. Una telefonata di una buona mezzora. Chi la paga? Con l’Europa si fa a metà. Ma con l’Asia. Pianigiani abita infatti sull’altra sponda del Bosforo. In un quartiere nuovo, ricco, confortevole. A un tiro di schioppo dall’ufficio, dalle palestre, dal palasport sempre pieno. Anche ieri erano in quindicimila. E alla fine devono esserci rimasti molto ma molto male. Mai però come Simone che non avrebbe mai e poi mai immaginato di beccare in una volta sola quasi cento punti a Istanbul, e addirittura 41 da Bobby Brown, del quale soltanto lunedì gli avevo parlato non benissimo. Un incubo. Molto peggio: un autotreno di non so quante tonnellate che non fermi neanche coi bazooka.
Quale partita? “Mi vedrò Venezia-Siena”. Io l’ho già vista ieri sera in prima fila al Taliercio, tre sedie più in là di supercoach Brugnaro, e mi è bastato. “Sarebbe a dire?”. Che la Montepaschi ha preso una brutta imbarcata nel quarto periodo: 23-4 di parziale, così tanto per gradire, e buonanotte sognatori. Anche se per la verità Hackett ha avuto in mano la palla della tripla per la vittoria che s’è ammosciata come le altre sul primo ferro del canestro lagunare. Probabilmente sul 39-52 hanno pensato di averla comunque vinta. Forse avevano ancora in testa la partita capolavoro con il Maccabi o erano già da te, tra le nuvole, nel cielo di Istanbul. Fatto sta che nel mio taccuino ho sparacchiato questi voti: Brown 5/6 (e 6 palle nella pattumiera), Janning 4 e mezzo (leggerino), Moss 6 (l’unico vivo), Kangur 5 (svogliato), Eze e Carretto 6- (di stima), Ress 6 (perché è Ress, il mio pupillo), Hackett 5, Sanikidze 4. “Ma come sei cattivo!”. Lo sono, specie con il georgiano che da quando è a Siena non ha indovinato una partita che sia una. Ed è il meglio pagato. “Magari si sveglierà proprio contro di noi”. Ed infatti così è stato, ma te lo giuro, Simone, non volevo imbarcar cucchi, né prenderti per i fondelli o, men che meno, portarti fuori strada. E, se sei un amico, prova col tempo a perdonarmi.
Dai giocatori della Montepaschi ci penso io ad essere subito graziato. Come? Cantando le lodi di Siena per la partita perfetta con il Fenerbahce e sul tappeto volante srotolare i voti più alti che nell’ultimo lustro non ho mai dato. 10 a Brown perché così si gioca solo in paradiso. Ma anche 8 a Moss e Sanikidze che è stato finalmente quello che Minucci e Banchi hanno per tre mesi sognato: il lungo che fa la differenza e ti cambia le carte in tavola, alza il ritmo e ti spaventa da morire. Sette e mezzo a Hackett e pure a Thomas Ress che negli ultimi minuti non ha tremato di fronte a nulla e men che meno davanti a McCalebb. Viva Mens Sana e viva Luca Banchi che ha impasticciato la difesa di Pianigiani e indovinato il quintetto per il gran finale: Brown, Hackett, Moss, Carraretto e Ress. Quattro piccoli e tre italiani. Imperdonabile è invece Dan Peterson che nei suoi pronostici di Capodanno ha snobbato Banchi e non l’ha infilato nemmeno tra i primi tre allenatori del 2013. Mi sta bene Vitucci, meno Sacchetti che ha già vinto il premio nella passata stagione, ma Bucchi? La gente sa appena appena dove allena. Già che c’era poteva allora metterci pure il suo Scariolo che è riuscito in fondo domenica nell’impresa, come hanno scritto le gazzette, di battere dopo due tempi supplementari la grande Biella. E’ proprio vero: tutto mi sarei aspettato dalla vita, mai una dimenticanza del genere da Din-don-dan. Così come non ci posso credere di aver visto in televisione Roberto Chiari, uno dei tre arbitri di Khimki-Barcellona di EuroLega. Ma forse mi sono sbagliato. No, non era lui. Eppure aveva i capelli bianchi come i miei e sembrava quasi mio nonno. Massì, quest’anno ha vinto persino il premio Reverberi. E lì non si sono sbagliati, ma Pietro Reverberi si sarà lo stesso rivoltato nella tomba.
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