Ho incontrato Mr.Fake (al parcheggio per invalidi)

Parcheggia nel posto per gli invalidi: la rabbia di chi, costretta su una sedia a rotelle, ha dovuto subire anche la menzogna

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Sono triste stanotte e piango. Perché? Potrei elencare rabbiosa gli innumerevoli motivi che mi spingono a sentirmi così ma in questo momento l’unico che mi viene in mente con insistenza e che disturba il mio sonno sei tu.

Sì, sono incazzata nera a causa tua; arrabbiata sul serio perché, ahimè, di gente come te il mondo è pieno.

Queste mie parole notturne sono dedicate a te, proprio a te che oggi pomeriggio hai deciso di parcheggiare alla stazione nel posto riservato agli invalidi. A te che alla domanda: “Lei lo sa che qui non può parcheggiare perché è un posto riservato ai diversamente abili?” hai risposto con supponenza e aggressività che anche tu eri lì per prendere un’invalida. Peccato che stessi mentendo. Fermo restando la mancanza di un’adeguata documentazione esposta in auto e di tatto qualora fosse stata vera la tua versione, sei un bugiardo ignorante. Hai ignorato la mia reale condizioni e ignori, di certo ogni giorno in base ai tuoi comodi, i diritti degli altri. Perché tu Mr Fake in realtà stavi aspettando tuo figlio: un ragazzo giovane e sano che è arrivato in stazione, non so da quale località, bello, allegro e forte. Ho pensato: miracolo! non solo non è sulla sedia a rotelle ma è anche di sesso maschile, non “una signora invalida da recuperare”: quali doni sorprendenti porta il Natale, vero?

Ed ecco nel frattempo cos’è successo invece alla sottoscritta: dovevo andare in farmacia con una certa urgenza perché, a causa di una delle tante malattie autoimmuni che ha deciso di annidarsi nel mio corpo, vari rash cutanei stavano conquistando parti della mia pelle e, inoltre, la lingua si stava spaccando dolorosamente ma…

Ho dovuto aspettare i tuoi comodi ed ascoltare la tua bugia. In effetti è assurdo che una “non-verità” ferisca più di una malattia che ti devasta giorno dopo giorno, eppure ti assicuro è andata proprio così: sono figlia anch’io, ed è Natale anche per me. Vorrei correre incontro a mia madre ma semplicemente non posso e, forse non potrò mai più; non posso prendere mezzi pubblici, treni, portare valigie, scegliere nuove destinazioni. Soprattutto non posso farlo da sola, con la libertà che ogni persona dovrebbe avere.

Ed io, a differenza tua, odio ciò che significa “parcheggio per invalidi”. Ogni santa volta mi ricorda che non sono più la stessa di ieri, che qualcosa di me e dentro di me è cambiato. Tu, invece, speri sia libero in modo da risparmiare qualche minuto: che culo, ti dici, uno stress in meno durante la giornata.

A me piacerebbe così tanto poter lasciare l’auto in un posteggio lontano dalla mia meta: vorrebbe dire che sto bene e che posso guidare, di nuovo. Che posso camminare e fare finalmente quattro passi, da sola, all’aria aperta senza chiedere niente né preoccuparmi di chi adesso mi spinge per farmi fare una vita quasi-normale o della presenza di scivoli sul marciapiede. In pratica vorrebbe dire che sono guarita.

Ma io non posso. Devo trovare un posto quanto più vicino a dove devo andare perché sto male e perché non posso chiedere a chi ogni giorno mi accompagna di fare più chilometri del necessario. Non posso spingermi su per le salite che caratterizzano la mia città, dentro quelle vie ripide e piccole che oggi mi sembrano insormontabili quasi fossero vette da scalare.

Questo Natale mi sarebbe piaciuto entrare nei negozi come facevo prima e non attraverso una realtà virtuale; mi sarebbe piaciuto toccare le stoffe dei vestiti, sentire gli odori dei profumi e muovermi liberamente tra i corridoi di spazi non sempre agevoli delle botteghe artigianali. Invece ciò che ho fatto, e ringrazio comunque di averne la possibilità, è stato guardare immagini via Web e inserire la sequenza numerica della mia carta di credito.

Ed ecco ciò che desidero per il nuovo anno (è una richiesta rivolta a tutti quelli che ragionano come te): pensaci un po’ di più prima di prendere il posto che la vita ha riservato, senza domandare, a me e a quelli nelle mie stesse condizioni.

Fosse per me, fossimo tutti sani in un mondo perfetto, te lo potresti tenere sto cavolo di parcheggio, potresti persino piantarci una tenda e viverci per sempre. Ma un posto auto riservato mi permette di vivere qualcosa in più in questa esistenza che non sento più mia, e mi regala uno spiraglio di opportunità in mezzo a tanto dolore.

Credimi se ti dico che è molto più bello parcheggiare lontano, avere il tempo di osservare tuo figlio che cammina sorridente nella tua direzione, sentire il cuore che pulsa, corrergli incontro e abbracciarlo. Questo sì che vuol dire avere culo!

Elena Casi

Potete leggere Elena Casi anche sul suo blog http://www.casiquotidiani.it/