Mors tua vita Pea: addolorati per il Mancio che ha perso la maniglia…

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Avrei voluto raccontarvi una storia (vera) che magari c’entra poco con il basket, anzi proprio un bel niente, però mi sembrava molto carina. E’ quella di uno straordinario bastardino di nome Michael che faceva la bella vita: carta di credito, maggiordomo e guardia del corpo, vacanze d’inverno a Cortina, da Natale a Pasqua, e d’estate in Costa Smeralda, sullo yacht del suo padrone, filetti di sogliola a pranzo e risottino di stagione a cena. Non ho mai amato troppo i cani, specie quelli che scodinzolano ai piedi dei direttori e quelli che abbaiano in tivù facendo il verso a Flavio Tranquillo. Quelli che s’affliggono se “il Mancio ha perso la maniglia”. Poveraccio, non si meritava una disgrazia del genere: partecipo comunque al cordoglio della famiglia e mi unisco al loro immenso dolore. O quelli che entrano in Rai solo perché sono figli non necessariamente di buona donna, anche se serve, ma di papà giornalista: questo sì. Oppure sono innamoratissimi della figlia, nove volte su dieci racchia-acida-e-algida, di un pezzo grosso di Corso Sempione o di Viale Mazzini. Così come non è necessario che sappiano che “se stesso”, vero il mio buon Bartezzaghi?, non si scrive con la prima e accentata, né “dorato” con l’apostrofo dopo la di: sarebbe chiedere troppo. L’importante è che odino quanto basta la Montepaschi e non vedano l’ora che cada il suo impero cestistico. Poi i congiuntivi li ha imparati persino la Mole Antonelliana, al secolo Antonella Clerici, che un giorno sposò Giuseppe Motta, bravo ragazzo e discreta ala di serie A a Desio, però dal quale presto si separò perché Telereporter di Rho le andava un po’ stretta come adesso la gonna quando esagera con i maccheroni e l’abbacchio alla Prova del cuoco.

 

Tutte le strade portano a Roma. Già. E le mie sempre al basket. E se Mancinelli perde la maniglia, io non sono da meno: ho difatti perso intanto il filo del discorso correndo dietro a chi vede Alessandro Gentile sfondare a testa bassa contro Stonerook e pensa che il capitano di Siena l’abbia fatto apposta ad allungargli il gomito in faccia, mentre se Basile colpisce Stonerook al basso ventre con due colp(ett)i vigliacchi è fallo di entrambi, il quinto di Cespuglio, e nessuno dice niente. Neanche ormai il rassegnato Stefano Michelini. Evviva. Come quel canestro da tre punti alla fine del terzo quarto inspiegabilmente annullato alla Montepaschi dagli arbitri: Moss aveva i piedi mezzo metro dentro il campo e il replay l’ha evidenziato, ma in Rai si è preferito parlar d’altro. Nessuno per esempio ha notato che il geometra Dembinski, mi pare si chiami così ma non posso giurarlo, era diventato bianco, pallido, insomma uno straccio dopo l’inizio straziante della sua Milano nel derby con Cantù: 1 su 8 da due, 0 su 4 da tre, tre volte passi sacrosanti di Bourousis, due stupidi falli di Mancinelli, Cook e Fotsis ectoplasmi, 2-9 il punteggio al 9’ del primo periodo che sarebbe stato un tranquillo 2-20 se l’avversaria fosse stata non dico la vecchia Siena di Pianigiani ma l’attuale Schiaccia Sassari di Sacchetti. E invece il nostro (ho scritto nostro e non mostro) della tivù di Stato ha ripreso presto voce e colore perché la Bennet, che per la verità non si era mai accesa, si è definitivamente spenta. Come ho fatto io con la mia televisione.

 

Un’altra volta vi racconterò tutta la straordinaria storia del cane Michael magari insieme a quella, altrettanto sbalorditiva, di un presidente di basket di serie A che, seduto in tribuna d’onore insieme alla moglie e alla figlia, si sbracciava per essere notato dal suo allenatore al quale consigliava energicamente il cambio istantaneo del pivot. Vi do, senza accento, mi raccomando Bartezzaghi, un aiutino: non è Ciglione Toti che pure spesso l’anno scorso si è sostituito al povero Filiposki. Però adesso due parole, non di più, perché di più la cosa non merita, vanno dette all’orecchio di Livido Proli che a distanza di un mese e mezzo, cioè con una tempistica degna di un elefante di Annibale, è corso in soccorso del suo Scariolo, che intanto si era già affrettato a chiedere scusa a Pianigiani, in una strepitosa intervista al Corriere della sera di oggi. Nella quale, alla domanda del buon De Ponti: come vuole cambiare il basket?, risponde giulivo: “Punto uno: economicità del sistema educandoci tutti a finanziarci con i soldi che ci sono”. Ma come? Parla uno che in Europa quest’anno ha buttato più soldi dalla finestra di tutti gli sceicchi del Qatar Petroleum messi insieme? E non vi leggo neanche gli altri due punti del programma del Prode Proli perché c’è il rischio che Benjamin Eze, scoppiando dal ridere, ci lasci sul serio le penne. E a Eze voglio bene. Come a un fratello.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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